tavolo 4: PRECARIETA’ E LAVORO

Siamo partite dalla riflessione sul rapporto tra produzione e riproduzione e dalle prospettive di lotta proposte nel documento introduttivo.
Ci siamo trovate d’accordo nel sostenere che la precarietà coincida con un processo di femminilizzazione del lavoro: l’elemento di analisi comune è stato che la condizione tipica delle donne (in termini di orario, reperibilità, ricorso alle capacità relazionali, ect) si estende a tutte le forme di lavoro; è quindi in atto un processo di “parità inversa” nel quale sono gli uomini a acquisire le condizioni di precarietà delle donne.
Accanto a coloro che pensano che ciò abbia determinato una tendenziale “caduta dei confini dei generi” , si sono susseguiti vari interventi che hanno testimoniato le persistenti discriminazioni contro le donne e le lesbiche sia nel lavoro che nella rappresentanza sindacale, anche nei luoghi di lavoro a prevalenza femminile. È stata evidenziata inoltre l’assenza nell’immaginario collettivo dell’eccedenza delle donne nella condizione di precarietà e della complessità esistenziale delle donne (es. la richiesta di assumere contemporaneamente molti più ruoli rispetto al passato).
Per queste ragioni riteniamo necessario che le donne producano conflitto in piena autonomia e in modo autorganizzato, dal momento che i sindacati e i partiti hanno dimostrato di non essere soggetti cui delegare le nostre rivendicazioni entro e oltre il lavoro.
Alcune poi avvertono l’esigenza di trovare il modo di convertire in possibili vie di fuga dai modelli precostituiti dalla società gli spazi aperti dalla precarizzazione: i risvolti positivi, evidenziati da qualcuna, della flessibilità come scelta sono però completamente vanificati oggi dall’insufficienza di retribuzioni e di politiche sociali che rendono impossibile autogestire tempi e modi di vita e di lavoro, finendo per coinvolgere l’intera esistenza. In particolare la rivendicazione della stabilizzazione, che pure da diritti e garanzie irrinunciabili (es. malattia, ferie e maternità), alla luce delle basse retribuzioni anche del lavoro a tempo indeterminato, non risolve il problema della precarietà di vita e di lavoro.
Ciò ci espone a varie forme di violenza diretta (es. il ricatto, anche sessuale) e indiretta (stress psicofisico e danni alla salute).
Il filo della violenza unisce anche il lavoro di cura e sessuale. È pressoché unanime la constatazione della permanenza del suo esclusivo carico sulle spalle delle donne, e in particolare in Italia, lasciando immutata la necessità di agire un rinnovato conflitto tra i sessi.
Anche l’affidamento del lavoro di cura alle donne migranti, oltre a essere simbolo della interconnessione tra sessismo e razzismo, rappresenta un’ulteriore conferma che il lavoro di cura resta appannaggio delle donne.
Questa asimmetria è resa ancora più grave da politiche sociali considerate da tutte inadeguate per il loro fondamentale impianto familista e eterosessista. La famiglia è stata nominata come luogo di violenza e oppressione.
Per lottare per un’autonomia e un’indipendenza economica dalla famiglia e per non essere costrette a accettare qualsiasi lavoro e qualunque condizione di lavoro, abbiamo ragionato sulla rivendicazione di un reddito di esistenza, proposta su cui si sono raccolti molti, non tutti, i consensi.
 Il tavolo sulla precarietà propone quindi all’assemblea di
1. di continuare a ragionare insieme della proposta di un reddito di esistenza
2. di mettere in piedi un laboratorio di autonarrazione, anche su blog, che possa essere uno strumento di un osservatorio sul nostro lavoro, che ci aiuti a comprendere la natura sociale delle difficoltà che individualmente incontriamo nel lavoro.

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2 Responses to tavolo 4: PRECARIETA’ E LAVORO

  1. paola gandin says:

    Diceva Einstein.. per risolvere un problema occorre spostarsi dall’ottica che l’ha creato.. ed è proprio questo che dovremmo fare in merito a ricchezza, lavoro e denaro.
    Ci si rende conto che il denaro è un mezzo di scambio [NON soggetto ad “usura”], che la riserva aurea siamo noi e che il reddito di cittadinanza universale è praticabilissimo, laddove la comunità considera la vera ricchezza il telento umano; ecco allora che le masturbazioni degli indici mibtel perdono di senso.. il debito pubblico si svela come il colossale inestinguibile castello di interessi passivi quale esso è e a quel punto di batte un’ALTRAmoneta..

    Secondo me il Movimento deve farsi portatore di questi salti di paradigma, senza titubanze, perché occorre essere propositivi di questi tempi.. ai banchetti che denunciano l’arroganza dei privilegi maschili esponiamo anche progetti comunali ispirati non solo alla democrazia partecipata, all’ottica di genere. ma anche alle monete locali (obbligazioni a tasso negativo,) al RDC UNIVERSALE come credito sociale che libera il potenziale degli individui per il beneficio di tutti, all’energia rinnovabile, alla responsabilità sociale delle imprese.
    A questo proposito vi invito a leggere il programma-decalogo del movimento “Altramoneta-Utopia concreta” che tentò di candidarsi due anni fa: http://www.domenicodesimone.it/programma.htm

  2. alessia dei castelli says:

    La complessità dell’argomento trattato nel tavolo 4 sulla precarietà, ha prodotto non poche difficoltà di sintesi per il documento finale dovute sia alle differenze di percorsi e pratiche di ognuna di noi, che alla limitatezza del tempo a disposizione, tanto da lasciare ad alcune di noi la sensazione che dei punti fondamentali siano stati trattati superficialmente.

    Durante la giornata di sabato le testimonianze di lotte autorganizzate sul territorio e non solo, ha portato la discussione su un piano molto concreto; erano presenti molte compagne lavoratrici autorganizzate che negli interventi hanno raccontato perché nasce la necessità di costruire nei propri posti di lavoro percorsi di autorganizzazione altri rispetto a quelli misti, che troppo spesso vedono la componente maschile protagonista e portavoce di istanze sempre più lontane da quelle delle compagne, promuovendo quindi la lotta autorganizzata delle donne senza delega e con i modi e i tempi stabiliti dalle lavoratrici.

    L’elemento deleterio che emergeva dai racconti e che ha portato le lavoratrici presenti e non solo, all’aggregazione e alla lotta è la precarietà lavorativa che investe qualsiasi settore distruggendo ogni prospettiva di stabilità e di garanzie minime che permetterebbero ad ognuna di noi un’esistenza meno incerta e con maggiore progettualità, con la possibilità di godere di tutte quelle garanzie che ci permetterebbero di riappropriarci anche del nostro tempo che non deve essere ricavato da una flessibilità che impone orari e retribuzioni da fame di cui rifiutiamo qualsiasi risvolto positivo, ma una vera riappropriazione delle proprie vite fuori e dentro la sfera lavorativa che solo attraverso la lotta può essere imposta.

    Proponiamo dunque:

    – di continuare a ragionare sulla costruzione di un osservatorio permanente sul lavoro e la precarietà, che prenda forma assembleare e scarti l’autonarrazione su blog, perché solo attarverso le relazioni reali le donne e le lavoratrici possono prendere coscienza delle loro esistenze ed organizzarsi.

    – Di ridiscutere sulle forme del reddito garantito per tutte, per il lavoro domestico non retribuito e per tutte le lavoratrici e i lavoratori privati della continuità di un salario garantito dal contratto a tempo indeterminato e costrette a vivere una situazione lavorativa sotto il ricatto dei contratti precari

    le compagne dei castelli

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