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IL NOSTRO BURQA QUOTIDIANO da clitoristrix

— Inviato da flat @ 20:55
Bologna (Italia- Europa) 22 novembre 2001

Crediamo che chi non è in grado di individuare le forme peculiari che la violenza assume nella sua vita,
non può pensare di poterle individuare nella vita delle altre.

    Il nostro burqa quotidiano:


1)    Forti pressioni affinché le donne si vestano con indumenti inequivocabilmente “femminili” e affinché ognuna curi la propria immagine in funzione del compiacimento maschile.

2)    Biasimo, esclusione e riprovazione pubblica per le donne che non si offrano agli sguardi maschili

3)    Pressioni psicologiche fortissime esercitate da parte di tutte le istituzioni e dalla società, sin da età giovanissima, affinché le donne assumano l’eterosessualità come modello di sessualità a loro consono e adatto.

4)    Biasimo pubblico per le donne che scelgono di amare e confidare in altre donne.

5)    Violenze psicologiche protratte per le donne che non scelgono la maternità.

6)    Biasimo, riprovazione e ridicolizzazione continua per le donne che scelgono di unirsi e di non essersi ostili.

7)    Ridicolizzazione o discredito per le donne che si espongono e sostengono passionalmente le proprie idee.

8)    Occultamento atavico delle donne dentro le organizzazioni politiche miste, siano esse istituzionali o extra-istituzionali.

9)    Imposizione per le donne soprattutto del mezzogiorno di dipendere economicamente da un maschio adulto (padre, marito..) vista la carenza di servizi e la mancanza di lavoro.

10)    Botte, pestaggi e violenze per le donne all’interno delle famiglie da parte di padri, mariti, fratelli, zii,fidanzati ecc.

11)    Tentativo continuo di oggettivizzare (rendere oggetto) la donna e renderla funzionale a qualcosa o\e a qualcuno

12)     Abuso di definizioni per le donne, su libri, giornali, mass-media,completamente distanti dalla realtà oggettiva delle donne.

13)    Tentativo di preclusione alle donne di circolare liberamente negli spazi(città, campagne,esterni) e nell’arco della giornata(giorno e …notte)

14)     Tentativo continuo di rendere invisibili le donne ogni volta che se ne ha la possibilità.

15)    Tentativo di escludere le donne dal mercato del lavoro o di delegarle ai lavori meno riconosciuti

16)    Attribuzione alle donne di tutto il lavoro di cura,  non nominato, non pagato, non quantificato, non retribuito, che ogni anno va ad ingrassare il alta percentuale il p.i.l. (prodotto interno lordo)

17)    Uso e abuso del corpo delle donne per incentivare il consumo di merci.

18)    Colpevolizzazione continua delle donne nei loro vari spazi di movimento ( se sei una casalinga sei un po sfigata, avresti almeno potuto conquistarti un’indipendenza economica,per dio!- se sei una donna in carriera, non si capisce come tu abbia potuto rinunciare alla famiglia, prima o poi te ne pentirai!)

19)    Tentativo di indurre alla vergogna donne che fanno scelte di autonomia: aborto, divorzio, viaggi, divertimenti…..

20)    Segregazione-facile, in strutture di controllo quali famiglie, convitti, ospedali, case di cura,ospizi, carceri ecc., per le donne che mostrano “eccessivo” desiderio di libertà.

21)    Divieto in numerosissimi luoghi di lavoro (soprattutto area educativo-sociale) a manifestarsi e nominarsi lesbiche.

22)    Ridicolizzazione e svalorizzazione dei corpi delle donne, quando invecchiano.

23)    Riprovazione per le donne che scoprono parti del loro corpo non depilate.

24)    Applicazione di tecnologie costrittive o invasive ai corpi delle donne, imballati e imbellettati per il profitto di chirurghi, medici e stilisti.

25)    Esclusione delle donne dai riconoscimenti sportivi ad alti livelli, e dai redditi dei loro colleghi maschi.

26)    Ricatti e abusi, per le donne che vogliono accedere al mondo delle arti e\o dello spetaccolo.

27)    Imposizione alle donne di soffocare la loro forza e la loro aggressività.


E tanto altro ancora………………….

Noi chiediamo per le donne afgane, quello che chiediamo per noi stesse!

Perché è troppo facile pensare che ci sia sempre di peggio,
per accontentarsi di quello che si ha.
Collettivo Clitoristrix-femministe e lesbiche
Bologna

clitoristrix@ziplip.com


PROGETTO "IL FEMMINILE INTEGRA E CREA SALUTE" da La que sabe

— Inviato da flat @ 10:47

ASSOCIAZIONE  “LA QUE  SABE”

PROGETTO
“IL FEMMINILE INTEGRA E crea salute”


[ESTRATTO DAL PROGETTO PER IL BANDO: “PROGETTI DELLE ASSOCIAZIONI FEMMINILI DI VOLONTARIATO
E PROMOZIONE SOCIALE DEL TERZO SETTORE per ridurre e contenere situazioni di disagio inerenti la popolazione femminile immigrata”]

PREMESSA

Il Friuli-Venezia Giulia, da terra di emigranti, si è trasformata, negli ultimi trent’anni, in terra di immigrati, diventando, così, area di attrazione per popolazioni provenienti da terre economicamente povere.
I friulani possono comprendere, avendo vissuto la stessa esperienza,  come si senta uno straniero, proprio perché con lui si identifica. Ognuno di noi può essere figlio di un pugliese, un calabrese o un siciliano e può  scegliere di aprirsi al diverso con disponibilità e tolleranza, piuttosto che chiudersi e rifiutare. Questa scelta determinerà le condizioni di vita e di sviluppo  futuri anche in Italia.
La collocazione geografica stessa del Friuli-Venezia Giulia, ne ha fatto una terra di frontiera, confluenza di tre nazioni, quella slava, quella austriaca e quello italiana, abituando, così i propri abitanti al contatto ed al confronto con lingue e culture diverse. La regone è stata crocevia tra le emergenze economiche e politiche dei paesi dell’est: ricordiamo l’esodo degli albanesi e dei profughi dalle zone di guerra della Croazia, della Bosnia e della Serbia.
In particolare, gli abitanti della provincia di Gorizia hanno quotidianamente a che fare con i lavoratori transfrontalieri che provengono dalla vicina Slovenia e ricordano ancora, con qualche brivido, i carri armati che stazionavano lungo il confini con l’allora Yugoslavia, al tempo della crisi Balcanica.
Pertanto, l’immigrazione costituisce nella nostra Regione un problema sentito, problema che istituzioni e associazioni di volontariato già da tempo hanno iniziato ad affrontare.

Il contributo che l’Associazione “La Que Sabe” intende dare rispetto alla problematica dell’integrazione di donne immigrate è quella di costruire con loro scambi culturali, incontri, conoscenza reciproca, che sono la base di un senso di appartenenza alla comunità dove si vive, comunità in cui, in seguito, trovare sbocchi occupazionali che le aiuti ad uscire dallo sfruttamento e dall’emarginazione.

Nell’ampio quadro dell’immigrazione, quella femminile ha assunto una propria e particolare rilevanza: le donne sono circa il 46% degli stranieri regolari residenti nella nostra regione, ma questa presenza ha connotati suoi particolari in riferimento alle diverse nazionalità delle straniere. Ci sono, infatti, fenomeni migratori quasi interamente femminili, come quelli delle donne provenienti dai paesi dell’est, dove la donna emigra da sola per sostenere la propria famiglia che rimane nel suo paese di origine. In altri casi, l’immigrazione è costituita da donne giovani e non sposate con un livello di istruzione medio-alto per le quali la ricerca di una indipendenza economica rappresenta il motivo dell’immigrazione, come, ad esempio, per molte donne provenienti dai paesi dell’Africa. In altre culture e fasce geografiche, le donne musulmane, ad esempio, migrano con i figli per ricongiungersi al marito. Queste ultime risultano essere le più isolate, sia perché vittime di culture che le vedono in ruoli subalterni, sia per motivi linguistici e di scarsissima alfabetizzazione.


Questo Progetto si costruisce intorno al concetto di integrazione.  Si fonda, pertanto, sul presupposto che, più un individuo è integrato nella comunità in cui vive, migliore sarà il suo stato di benessere. L’integrazione, intesa come rete di relazioni, come inclusione nel tessuto sociale di appartenenza, riguarda tutte le fasce o i gruppi di persone, siano essi anziani, adolescenti, donne, “malati mentali” o immigrati. Chiunque appartenga ad una di queste categorie vivrà meglio, se si sentirà incluso in una rete di relazioni significative, piuttosto che essere solo o emarginato.

Ciò che il presente Progetto intende perseguire è una buona integrazione sociale per tutte le fasce della popolazione femminile, dal momento che  “La que sabe” ritiene non possa realizzarsi un’inclusione per un’unica categoria di cittadine, ma che ci si debba impegnare per l’integrazione di ogni  gruppo di donne emarginate.
Una migliore integrazione per tutti i gruppi svantaggiati determinerà una maggior salute per tutti i cittadini e, quindi, un miglior benessere per l’intera comunità.
La presenza, nel Friuli Venezia Giulia, di persone straniere, regolarmente soggiornanti nel territorio, non è più un’emergenza ma un fenomeno ordinario, permanente, che va affrontato in modo ordinario.
Le donne, che da sempre, nel corso della storia, si sono occupate di reti e relazioni significative fra persone, fra famiglie, fra generazioni, lo possono fare anche oggi apportando, nella creazione di una società multi-etnica, il loro peculiare contributo di intuito femminile, di creatività e di pace.

La donna, nella cultura occidentale, nonostante i notevoli passi avanti realizzati per le pari opportunità fra i sessi,  è, pur sempre, “soggetto debole”: permane, più dell’uomo, esclusa dal mercato del lavoro e dalla sfera della politica, raggiunge, in media, livelli di istruzione più bassi di lui, soffre, con percentuali più alte, di emarginazione e marginalità sociale, assume più psicofarmaci, soprattutto antidepressivi.

L’identità femminile si è sviluppata storicamente e culturalmente intorno al valore del “prendersi cura di…”: il nucleo centrale dell’essere donna passa attraverso la maternità e il sacrificio di sé per la famiglia. L’autonomia viene vissuta come un danno per l’altro (il marito, i figli). L’autonomia diventa, invece, in questo momento storico, la chiave di una svolta, di cui la donna è sempre più consapevole, la svolta che le permette di autorealizzarsi e autodeterminarsi. La donna ha la necessità di elaborare un nuovo modello a cui riferirsi, che non sia quello tradizionale.

La sistematica negazione dei bisogni di auto-espressione e di auto-realizzazione femminili produce un’enorme sofferenza emotiva (da Mito patriarcale e salute della donna – Cristiane Nortrup, guida medica, ed. Red 2000).
Subire violenza o fare violenza a se stesse crea malattia. Quindi vivere secondo modelli maschili mette la donna a rischio per la propria salute.

D’altra parte, la donna extracomunitaria, porta con sé questi ed altri disagi ancora in quanto la subisce,  rispetto alla donna italiana, regole ed abitudini sociali ancor più marcatamente patriarcali e segreganti.

Rimane, sia per la donna straniera, che per quella italiana, o meglio, friulana, la necessità di un salto evolutivo, teso a raggiungere reali pari opportunità: il percorso di crescita realizzato da qualunque singola donna o gruppo femminile, qualunque ne sia la nazionalità e l’origine culturale, sarà una conquista realizzata a favore del genere femminile nella sua interezza.
 
A conclusione di questa premessa teorica, si può sintetizzare il percorso che “La que sabe” intende costruire, a favore della salute della donna, con le seguenti PAROLE CHIAVE: INTEGRAZIONE – LAVORO – SALUTE, per tutte le donne residenti sul territorio, comprese quelle in stato di marginalità ed esclusione sociale.

INTRODUZIONE

Pertanto la durata prevista è triennale, suddivisa in tre fasi:
1° fase: ricognizione delle offerte istituzionali, analisi dei bisogni, rispetto alla salute, della popolazione femminile immigrata, attraverso questionario
2° fase: messa a punto di una procedura d’accompagnamento presso le strutture sanitarie
3° fase: attuazione della procedura d’accompagnamento alle immigrate.
“I problemi della salute e della maternità sono quelli verso cui le nostre strutture paiono meno preparate: Solo in alcune città si sono realizzate positive esperienze di assistenza, come quella del Centro per la salute delle donne straniere e dei loro bambini, operante a Bologna…” (tratto da A.A.V.V. La condizione della donna immigrata – ricerca sulla condizione femminile nel Friuli-Venezia Giulia Anolf Editore)

Nel titolo dato al presente progetto, “ ILFEMMINILE” sta ad indicare l’origine, la natura, il tempo del cosmo con cui la femminilità si fonde e si identifica (da E. Neuman La grande madre Astrolabio). La donna moderna, condizionata a livello culturale e sociale, ha perso il senso della femminilità e della maternità, come propria essenza naturale e forza propulsiva.

La donna, per sua missione, ha sempre tessuto reti di relazioni; le sarà, quindi, congeniale rispecchiarsi in altre, a lei simili, ma diverse per provenienza ed origini. Sarà curiosa di confrontarsi ed integrarsi con  chi rappresenta il nuovo, lo sconosciuto, l’inesplorato. Sarà  pronta ad aprirsi al diverso, consapevole del fatto che la diversità fra le persone e fra i popoli sia una grande ricchezza per tutti.
Da queste considerazioni nasce l’espressione: “IL FEMMINILE INTEGRA”, dal momento che, nelle migrazioni, la donna ha sempre agito per integrarsi e  per integrare la propria famiglia nel tessuto sociale in cui era approdata, come pure si è impegnata ad includere gli stranieri con cui veniva in contatto.

L’essenza tipicamente femminile, legata alle leggi della natura garantiva un tempo, di per sé, al genere femminile vitalità, fluidità e salute. Essa favoriva nella donna un naturale stato di benessere, stato che, nell’attuale momento storico si può solamente, tentar di recuperare, ristabilire, ricercare con impegno, attenzione e amorevolezza.
 
Ecco, quindi, il significato complessivo attribuito all’espressione IL FEMMINILE INTEGRA  E crea salute: l’essenza naturale della donna la porterà, in modo spontaneo ad includere nella propria esperienza di vita,  chi, per origini, cultura o religione è diverso da sé. Grazie a questa intima inclinazione ad integrare il diverso, sia esso immigrato o “malato mentale” o altro ancora, la donna può ripristinare, in se stessa e intorno a sé, uno stato di benessere, lo stato di benessere che deriva dallo stare con l’altro e non contro l’altro.           

BREVE ANALISI DEL CONTESTO E DELLE  ESIGENZE CUI INTENDE  RISPONDERE IL PROGETTO.

Il contesto, nel quale il presente Progetto si colloca è quello del territorio Monfalconese e Grado, con le sue molteplici sfaccettature: la presenza della Fincantieri e di tutta l’industria dell’indotto, da decenni ormai, attira manodopera, sia dalle regioni meridionali italiane, che dall’estero. L’ambiente sociale è complesso e, per certi versi problematico. Sono aumentati la tensione sociale, la diffidenza nei confronti del diverso, l’intolleranza in ambito scolastico.

L’”Annuario statistico dell’immigrazione in Friuli Venezia Giulia 2005” [ed. Regione FVG - Ires], in merito al contesto Isontino, afferma che è caratterizzato da una “maggior incidenza ‘maschile’ per l’effetto congiunto della presenza della comunità bengalese di Monfalcone e dei frontalieri o comunque di immigrati provenienti dall’area balcanica con progetti migratori di breve-media durata e che non comportano lo spostamento dell’intero nucleo familiare.”
In realtà dal 2005 ad oggi abbiamo assistito ad un incremento dei ricongiungimenti e di residenti donna sul territorio, dovuto anche alla forte presenza di “badanti”, in gran parte rumene, in un intreccio di culture.
Far dialogare queste culture è lo scopo del Progetto, al fine di ribadire l’universalità della donna, non solo in quanto vittima delle guerre degli uomini, ma nei suoi saperi antichi e per diffondere con l’esempio la convivenza creativa di culture-etnie diverse.

A Monfalcone c’è una larga presenza di donne bengalesi che vivono una condizione di chiusura fra le mura domestiche, svantaggiate dalla nulla conoscenza della lingua e da una sudditanza dal maschile. Un altro elemento, laico con L maiuscola, eppure fondante, è appunto aprire un varco alle donne straniere succubi di tradizioni femminicide, nell’invito ad esprimere i loro preziosi talenti nel ricamo e la confezione di abiti e in quant’altro queste donne possano insegnare.

Un’altra presenza, percentualmente significativa, è quella delle croate e delle donne provenienti dall’ex Yugoslavia: per loro l’integrazione nella comunità è più semplice, in quanto la loro cultura è più simile a quella occidentale.

In una visione più ampia dell’integrazione culturale, nell’Isontino possiamo parlare anche di immigrazione interna e di un alto numero di nuclei familiari  provenienti dal sud Italia, data la presenza di molti trasfertisti in forza presso la Fincantieri.

Per un altro verso, il tessuto sociale Monfalconese è piuttosto ricco, con la presenza di istituzioni pubbliche laboriose  e di un associazionismo vivace e propositivo. Da anni essi lavorano sul disagio, a favore delle fasce a rischio, in forme di collaborazione fra pubblico e associazioni del privato sociale.
Una di queste sinergie è quella tra il C.S.M. di Monfalcone e Associazione “La que sabe”. Tale sinergia si è sviluppata intorno all’ idea che, per le donne, impegnate ad uscire da uno stato di sofferenza, sia necessario  un inserimento lavorativo, in grado di dar loro effettiva indipendenza economica.

Gli spazi di aggregazione, avviati dal precedente Progetto,  hanno incontrato  un ampio favore da parte delle donne del territorio, che li hanno frequentati numerose. Quelle di loro, che si trovano in uno stato di difficoltà o di malattia hanno trovato nelle attività proposte momenti di  riequilibrio, di svago e di socializzazione con le altre.

Complessivamente le attività avviate nel 2007 sono state 14, con 18 maestre/professioniste impiegate e per un totale complessivo di 646 ore di lavoro. Le persone frequentanti sono state 92, fra cui 20 bambini.
Due della maestre hanno avuto una patologia tumorale, altre quattro sono di nazionalità estera.
Due della maestre hanno avuto una patologia tumorale, altre quattro sono di nazionalità estera e cinque sono seguite dal Centro di Salute Mentale.

Questi  pochi numeri danno un’idea di quale impegno sia stato richiesto alle singole maestre e/o professioniste nello svolgimento delle diverse attività, come pure all’organizzazione di spazi, orari e laboratori. Si è avuta cura di venir incontro alle persone con problemi familiari o di salute, predisponendo sostituzioni ed orari flessibili.
All’interno di tutti i laboratori si respirava un’atmosfera serena e distesa e non si avvertiva differenza fra chi portava un disagio psichico o fisico e chi ne non lo aveva.

Con vera soddisfazione “La que sabe” può affermare di aver contribuito ad aiutare con il finanziamento regionale al Progetto “IL FEMMINILE RI-crea salute”, donne residenti nel territorio, a migliorare la propria situazione economica.

I laboratori artistici e la sartoria hanno dimostrato essere un luogo di espressione delle arti e dei saperi femminili, dove ogni donna diventa maestra e dove l’ispirazione reciproca crea un clima di creativa serenità e appagamento, indubbiamente salutari per la donna e per il suo contesto di vita.
Nel laboratori, denominati “Le Fucine”, seppur già presenti collaboratrici straniere, vogliamo dar modo alle donne immigrate di trasmetterci le loro conoscenze artistico-artigianali e la loro cultura.

L’anno che sta per concludersi è stato, per l’Associazione “La que sabe”, ricco e fruttuoso di nuove e concrete prospettive, in riferimento all’obiettivo di costruire, per la popolazione femminile, il benessere ed anche concrete opportunità lavorative.
Dall’ ottobre 2006 al giugno 2007, insieme al Centro di Salute Mentale di Monfalcone ed alla Cooperativa “Confini” di Trieste ha realizzato il Progetto  SìLAVORO, finanziato da fondi europei con lo scopo di valutare le opportunità del mercato del lavoro nel territorio della provincia.

Rispetto alle esigenze, cui il progetto intende rispondere, rimangono valide quelle del precedente Progetto e, pertanto si vuole offrire alle donne che presentano qualsivoglia disagio (l’emarginazione, l’immigrazione,  la mancanza di cultura e di strumenti conoscitivi, oltre che la sofferenza psichica), la valorizzazione dell’espressività,  della creatività,  del saper fare e dei saperi propri dell’essere femminile, finalizzati all’inserimento nel mondo del lavoro.
Alle sopraccitate esigenze si aggiungono le seguenti:
1.    il bisogno di riflettere sulla propria salute e di appropriarsi di ciò che le fa star meglio
2.    il bisogno di accedere, per problemi di salute propri e dei figli, con serenità alle strutture sanitarie
3.    il bisogno di comprendere la storia della donna, al fine di emanciparsi e del fare “cultura”
4.    il bisogno di superare le difficoltà emotive legate ad una fase critica della vita dell’essere donna
5.    il bisogno di socializzare fra di loro e di conoscere chi è diversa da sè
6.    il bisogno di sostenersi dal punto di vista economico o di contribuire a sostenere la propria famiglia.
 
DESCRIZIONE DEL PROGETTO
Dall’analisi fatta nella premessa al Progetto, si comprende come l’immigrazione femminile abbia sue precise peculiarità all’interno del fenomeno migratorio e come sia variegata e poco conosciuta.
Il fatto di migrare costituisce per una donna motivo di forte disagio, vuoi perché essa perde i legami identitari con il paese d’origine, vuoi perché il contatto con la cultura del paese di approdo è superficiale e disorientante.
Diverse donne seguite dal C.S.M. di Monfalcone hanno manifestato disagio psichico a causa di difficoltà emotive ed economiche conseguenti ad uno strappo rispetto alla loro precedente storia di vita.

I problemi della salute e della maternità delle immigrate sono quelli verso cui le nostre strutture sanitarie sembrano meno preparate: accade spesso di recarsi in un reparto di Pediatria o Ginecologia e di vedere un medico o un’operatrice sanitaria alle prese con una coppia di donne straniere nell’arduo tentativo di comprendersi a vicenda. Esistono, infatti, macroscopiche difficoltà allorché donne arabe debbano essere visitate da medici maschi o quando donne di provenienza asiatica si ritrovano a gestire la propria gravidanza in quasi completo isolamento.
Scopo dell’Associazione “La Que Sabe” è anche quello di lavorare in collaborazione con tali reparti per costruire un “ponte” sia linguistico, che culturale che aiuti l’accoglienza di donne straniere. Sarà opportuno procedere con gradualità, per non forzare una emancipazione, che per cultura e religione non può appartenere a molte donne extracomunitarie. Per la realizzazione della ricerca si sono presi contatti informali con l’I.S.I.G. di Gorizia.
Il presente Progetto, pertanto, si pone l’obiettivo generale di favorire lo stato di salute delle donne immigrate presenti nel territorio, salute intesa nell’ accezione più ampia di “benessere psico-fisico e sociale” (come da definizione dell’O.M.S.).

La realizzazione del precedente Progetto “IL FEMMINILE ri-crea salute” ha permesso alla nostra Associazione di venire a contatto e di conoscere da vicino l’universo femminile nelle più diverse sfaccettature.
Esse fanno riflettere sulla pluri-problematicità delle condizioni, che ancora oggi impediscono alla donna di raggiungere pienamente pari opportunità rispetto alla figura maschile.
La disparità tra qualità di vita della donna e qualità di vita dell’uomo è ancor più evidente se si considera, poi, la donna straniera, che, per il colore della pelle o per condizionamenti culturali e religiosi è costretta a permanere in uno stato di inferiorità e marginalità.

Pertanto, questo progetto si propone di:

1.    Effettuare una ricerca allo scopo di conoscere i bisogni delle donne immigrate, nell’affrontare i problemi di salute propri e dei figli  e nell’accedere alle strutture sanitarie
2.    avviare una collaborazione con varie strutture sanitarie: Consultorio familiare, reparti di ostetricia-ginecologia e di pediatria, al fine di predisporre una procedura d’accompagnamento per le donne straniere
3.    proporre iniziative, che stimolino la riflessione della condizione della donna nelle diverse culture e che favoriscano la conoscenza della storia della donna: la consapevolezza del proprio passato e delle regole che governano la società attuale, nelle diverse fasce della terra, permetteranno alla donna d’oggi di costruire il proprio futuro
4.    Supportare la donna nei momenti critici della propria vita: adolescenza, puerperio, separazione, menopausa
5.    promuovere il recupero di quelle abilità tipicamente femminili, che pur utilizzate quotidianamente, sono sottovalutate e misconosciute dalla società e, paradossalmente, dalla donna stessa
6.    favorire, rispetto alla donna con disagio psichico, la socializzazione, il reinserimento ambientale ed il sostegno alle parti sane della personalità
7.    permettere una riflessione approfondita sulla salute della donna attraverso incontri, contributi di esperti, conferenze
8.    avviare iniziative che propongano alla popolazione un dibattito sui fenomeni migratori, affinché si giunga a conoscerli in profondità, evitando di ricadere nel pregiudizio, che è frutto dell’ignoranza
9.    promuovere attività culturali, di socializzazione e di apprendimento reciproco fra donne italiane e straniere; sostenere l’identità della donna, indipendentemente dalla nazionalità di provenienza, come ad esempio un coro multi-etnico, composto da sole donne

Inoltre, intende mantenere gli spazi di aggregazione avviati precedentemente, aprendoli a donne immigrate, che potranno trasmettere un loro sapere o che potranno frequentarli

Infine, esso vuole offrire alle donne in stato di bisogno, un servizio di piccolo prestito per una somma massima di 500 euro, da restituire senza interessi in comode rate, nell’arco del semestre successivo al prestito.

METODOLOGIA

La metodologia rimane quella del precedente Progetto, integrata, tuttavia, da una parte non certo secondaria, dedicata ai concetti di identità etnica e di solidarietà sociale.
Con gli spazi di aggregazione siamo andate oltre il concetto di “laboratorio tradizionale”, ove un gruppo di donne svantaggiate si incontra per socializzare e per apprendere un saper fare, trasmesso da un’ “esperta” esterna.  Il laboratorio è diventato luogo in cui avviene la condivisione del sapere del singolo, che trasmette la propria specificità creativa e professionale. L’attività svolta è strumento di interscambio e di crescita, sia per chi insegna sia per chi apprende: entrambi staranno meglio attraverso  il creare e produrre insieme.
Affinchè questo processo di apprendimento possa avere un riconoscimento concreto, i manufatti creati in questo spazio di attività artistico-artigianali e sinergiche-poliedriche stanno trovando, grazie ai contatti costruiti con enti e cooperative, una loro visibilità sul mercato.
Messaggio trasversale, che questi spazi vogliono trasmettere, è quello relativo alla possibilità di recuperare materiali poveri e/o di scarto e abiti dismessi, per contrastare la mentalità consumistica e mettere in luce la capacità creativa della donna.

La diversità tra gli individui può essere considerata ricchezza in una società multi-etnica, ove ci sia la pace ed il rispetto dei diritti di tutti.
Riportiamo le parole di Kobla Bedel, che nel libro “Negro, ma libero” sostiene: “…una perfetta ugliaglianza può provocare reazioni di rigetto da parte dei cittadini autoctoni e lo svuotamento dell’istituto stesso della cittadinanza; un’eccessiva disuguaglianza può produrre nel futuro minoranze discriminate, creando, così, un pericoloso fossato difficile da sanare con il tempo:”
Il concetto che, a questo proposito, l’Associazione La que sabe propone allo scopo di coniugare uguaglianza e disuguaglianza fra individui è quello di identità: la persona che si senta riconosciuta e rispettata nella sua intima essenza, nella sua identità più profonda, nella propria storia personale  e culturale sarà disponibile all’incontro ed al confronto con l’altro ed al rispetto dell’altro.
La que sabe intende promuovere l’identità delle donne che incontrerà, indipendentemente dalle loro origini.

Il canale, il mezzo, la metodologia attraverso cui sostenere l’identità di tutte le donne, ma anche di tutti gli uomini e i bambini è la solidarietà sociale, il sentirsi parte della stessa “umanità”, in cui tutti abbiano il diritto ad una vita dignitosa.
Crediamo in un’inclusione sociale, che sia effettiva integrazione per tutti i cittadini e le cittadine, appartenenti ad una comunità.

SCOPO E OBIETTIVI DEL PROGETTO

 Lo scopo che il progetto persegue è quello di sostenere donne immigrate e non, in stato di marginalità sociale, offrendo loro un percorso di crescita e di uscita dall’emarginazione.

Gli obiettivi specifici saranno:
•    integrare, nel tessuto sociale, donne immigrate, come quelle svantaggiate o con disagio mentale
•    avviare un’indagine sulle risposte istituzionali date alle donne immigrate ed una ricerca sui  loro bisogni, relativi alla salute propria e dei figli 
•    recuperare i saperi della donna: saper fare (ad es. con le mani) e saper essere
•    stimolare la crescita culturale e l’inserimento nel mondo sociale e politico da parte della donna
•    riscoprire e valorizzare le proprie potenzialità di uomini e donne, traducendole, con creatività, in opportunità in campo lavorativo
•    stabilire relazioni con altre donne e uomini per mettere a frutto una solidarietà trasversale
•    comprendere, valorizzare ed utilizzare, come protagoniste e non come vittime, le reti sociali
•    sostenere il dialogo ed il confronto uomo-donna
•    stimolare una riflessione ed un dibattito aperto sui temi della diversità, dell’immigrazione, dell’esclusione e dell’inclusione sociale.
 
MODALITA’ D’INTERVENTO – INIZIATIVE ATTUATIVE DEL PROGETTO

1.    Parecchie donne con varie problematiche si sono avvicinate agli spazi di aggregazione proposti e tutte portando le loro specifiche richieste, che qui di seguito riassumiamo:
•    Donne con una patologia tumorale superata o ben controllata
•    Donne separate, la cui separazione aveva avuto, per loro, un alto costo emotivo
•    Donne con depressione post-partum o lievi disagi emotivi legati al puerperio
•    Donne che ritengono, per se stesse, utile riflettere sulla propria salute e sui propri ritmi di vita
•    Donne con marcato stato di difficoltà economica, anche rispetto alla necessità di sostenere cure costose e prolungate.
A  gruppi omogenei per problematica, tutte loro hanno discusso, hanno ipotizzato dei percorsi utili al proprio star meglio ed hanno iniziato a scrivere.
Ne sono scaturite, diverse, interessanti proposte: il Progetto E.V.A. (Essere Veramente Accanto), progetto di sostegno reciproco per MAMME, per creare una rete di collegamento tra donne, che, nonostante la gioia di essere madri, vogliano uscire da uno stato di stanchezza, solitudine, frustrazione o dubbio.
Per ciò che riguarda queste problematiche, il Progetto attuale prevede come nuove attività le seguenti:
•    spazio gruppo di auto-aiuto per donne separate, italiane e straniere insieme

•    spazio gruppo di auto-aiuto per puerpere, italiane e straniere insieme


2.    In riferimento alle collaborazioni avviate con le Associazioni femminili, che già si occupano di donne immigrate ed ai contatti avuti con il Consultorio  familiare di Monfalcone, i reparti di pediatria e di ginecologia dell’ospedale di Monfalcone, si prevede di sostenere:
•    Iniziative a supporto di donne straniere in gravidanza e al momento del parto
•    Iniziative a supporto di donne straniere, che portino i propri bambini al reparto di pediatria e/o dal pediatra
•    Incontri a carattere artistico o culturale, che vedano insieme donne straniere ed italiane
•    Sostegno ad un coro multi-etnico, composto da sole donne
•    2 dibattiti pubblici sul problema dell’immigrazione e dell’immigrazione femminile, in particolare, 2 dibattiti pubblici sui temi della salute mentale
•    Realizzazione di un’esposizione pubblica dei prodotti artistico-artigianali, realizzati dalle donne nei laboratori, mettendo in particolare risalto quelli i saperi delle donne straniere
•    Vendita dei suddetti prodotti presso mercatini e negozi eco-solidali


3.    Al fine di INTEGRARE e creare salute, verrà data continuità agli spazi d’aggregazione già avviati dal precedente progetto

Oltre a questi si prevede di avviare altri tre spazi, condotti da donne straniere esperte in una determinata tecnica o arte. Per lo spazio della pittura è stata già individuata una pittrice di nazionalità argentina.

RISULTATI ATTESI
- conoscenza dei bisogni delle donne straniere nell’affrontare i problemi di salute propri e dei figli e nell’accedere alle strutture sanitarie
- Socializzazione con altre donne, sia straniere, che italiane
- Condivisione di esperienze di sofferenza e di solitudine legate all’evento migratorio
- Condivisione dell’esperienza della maternità
- Condivisione dell’esperienza della separazione
- Potenziamento della “parte sana” della donna, nella condivisione con altre di cultura simile o dissimile
- Supporto alla donna straniera in rapporto alle strutture sanitarie
- Crescita culturale e visibilità politica della donna di ogni  origine o estrazione sociale
- Uscita dalla propria condizione di malata mentale, o di soggetto debole o subalterno
- Uscita da uno stato di isolamento e di esclusione sociale
-   Rivalutare e mettere a frutto il proprio potenziale espressivo e/ professionale
- Affrontare adeguatamente il re-inserimento lavorativo
- Dar visibilità, ed eventualmente, giungere a vendere gli oggetti realizzati dalle donne
- Attivare di rapporti di solidarietà sociale, che vadano al di là del genere, maschile o      femminile, del ruolo o dello “stigma, che ognuno può avere.  
 


DA UNO SCRITTO DI UN'AMICA TUNISINA(ANONIMA) SUL DIBATTITO IN FRANCIA DI QUALCHE ANNO FA

— Inviato da flat @ 13:36
Da quando i “pensatori” islamici, moderati o non, si preoccupano del diritto delle donne? (a portare il velo!)
Da quando la politica si preoccupa delle generazioni di immigrate discendenti da genitori mussulmani?
Da quando le donne hanno il diritto di scegliere?
Il dibattito attuale , e che dura già da tempo, è estremamente semplificato: per o contro la legge, per o contro il portare il velo a scuola.

Il dibattito spettacolare non fa che velare, ancora una volta  e così grossolanamente, le questioni fondamentali dei diritti delle donne nella mentalità mussulmana e il diritto delle donne in generale.
Quand’è che il governo francese riconoscerà i suoi torti nei confronti della comunità immigrata?
La politica di questo paese ha isolato gli immigrati arabo-mussulmani in categorie identitarie che si sono esacerbate in un contesto di esclusione sociale sotto vari punti di vista (ghettizzazione, discriminazione razziale, precarietà…) e non ha fatto nulla per evitare l’esclusione della seconda o terza generazione  francese  proveniente da questa immigrazione.
Oggi, i politici di questo paese pretendono di “conoscere” questa popolazione e, peggio ancora, pretendono di preoccuparsi dei diritti delle donne all’interno di questa comunità.
Per questo negoziano la nostra libertà con i maestri della misoginia, gli integralisti (do questo nome a tutte le persone che si ispirano alla religione per stabilire leggi sociali).

La laicità della repubblica non ha impedito alla mentalità maschilista e patriarcale di agire all’interno di queste comunità, dove la violenza fatta alle donne è coscientemente occultata.
Forse perché i politici francesi credono in questo stesso patriarcato!
Oggi una banda di “barbuti”, sostenuti da una massa di “sinistrorsi” reclamano la “libertà delle donne”, colmo dell’ironia! Dall’altro lato, anche il governo assicura che si tratta della sua preoccupazione principale, come se portare il velo fosse la caratteristica primaria dell’oppressione fatta alle donne in questo paese, come altrove?
Per schematizzare, un governo patriarcale e degli integralisti misogini litigano per il privilegio della decisione sulla sorte delle donne. Si sente la malafede da chilometri, ancora una volta vogliono velarci il volto o la testa!
Alziamo la voce per recuperare uno spazio di parole ingombre da maschilismi di tutte le provenienze.

Accuso la politica francese di ipocrisia verso le donne provenienti dall’immigrazione araba!
Accuso la politica francese di aver lasciato esacerbare nei ghetti abbandonati una mentalità tra le più violente contro le donne!
Accuso la politica francese di discriminazione culturale verso la comunità di origine araba!
Accuso la politica francese di ignoranza culturale e di ignoranza umana, delle frustrazioni e speranze delle donne provenienti dalla cultura mussulmana!
Accuso la politica francese di malafede, perché questa ignoranza è finta!
Accuso la politica francese di manipolazione, perché questa ignoranza è largamente diffusa!

Sono cresciuta in un paese di cultura mussulmana e come donna ho potuto notare la gravità del livello di misoginia in questa cultura, ma è arrivando in Francia che ne ho scoperto una forma molto più sviluppata, e giudico la ghettizzazione e il razzismo ufficiali responsabili di questo fenomeno!
 
 
A.

CONSIGLI PER UNA FEMMINISTA (LESBICA) BIANCA ITALIANA LA PRIMA VOLTA CHE INCONTRA UNA DONNA NERA/EBREA/IMMIGRATA/RIFUGIATA/DEL TERZO MONDO

— Inviato da flat @ 13:03
Consigli per una femminista (lesbica) bianca italiana
la prima volta che incontra
una donna nera/ebrea/immigrata/rifugiata/del Terzo Mondo
 
1.        Non presupporre che tutte le immigrate siano uguali e che vengano dal paese dei migranti.
2.        Quando telefonate a un Centro di donne e una donna con un accento straniero risponde, non presupponete che sia la donna delle pulizie.
3.        Quando parlate con una donna che ha un accento straniero, non presupponete che non parli l’italiano e che quindi abbia bisogno di un'interprete.
4.        Non presupponete che le dovete spiegare lo stile di vita occidentale. Lei è forse originaria di un paese colonizzato dall’Italia, e il suo paese è probabilmente inondato dai media occidentali e sfruttato dalle multinazionali. I costumi occidentali non le sono quindi estranei.
5.        Non presupponete che lei conosca/comprenda/accetti i costumi, il gergo e altre particolarità del vostro paese. Voi conoscete/comprendete/accettate i costumi, il gergo e altre particolarità del suo paese?
6.        Non mettetevi subito a parlare di paella/patè imperiale/taboulè/cous cous/curry/
       falafel/ecc., sforzandovi di mettere a suo agio la donna in questione (o voi stessa).      
       Tali "sforzi" sono paternalistici e condiscendenti. Questo salta agli occhi!
7.        Non presupponete che lei non conosca niente di femminismo e/o di lesbismo, di       
       rivoluzione o di lotta. Noi (le donne non-occidentali) veniamo forse da paesi dove            
       tali questioni sono molto importanti addirittura violenti.
8.        Non presupponete che lei abbia un contatto qualsiasi con il movimento di liberazione delle donne, o che sappia ogni cosa sul femminismo nei paesi occidentali e industrializzati.
9.        Non fatevi idee a proposito della nostra politica e della nostra ideologia, basandovi unicamente sulla nostra scelta dei vestiti.
10.     Non presupponete niente sulla nostra sessualità.
11.     Non presupponete che una donna rivendichi una identità "bianca" unicamente perché il colore della sua pelle non è "scuro".
12.     Non presupponete che una donna nera sia africana/delle Antille/indiana/Kanaki/taitiana/ecc. Aspettate che ve lo dica lei stessa.
13.     Non mettetevi sulla difensiva e non colpevolizzatevi se la sua rabbia/dolore si scaricano contro quello che il vostro popolo ha fatto o sta facendo al suo.
14.     Non ditevi "tutte le donne sono uguali". Non è solo totalmente falso. Le discriminazioni di classe, di età, di capacità fisiche, il razzismo, l'antisemitismo, ecc. esistono. Ma questa affermazione ci invalida e trivializza le nostre esperienze.
15.     Evitate la tentazione di dirle:"ma tu sei esattamente come noi". Lei forse non si vede così e può essere che lei non abbia nessun desiderio di essere "come voi".
16.     Voi siete femministe e/o lesbiche 24 ore su 24, tanto quanto noi siamo "non italiane" 24 ore su 24. Non vi aspettate che dimentichiamo o che ci discostiamo dalla nostra politica per la sola ragione che voi non ve l'assumete.
17.     Non presupponete che noi abbiamo tutte la stessa politica, la stessa ideologia. Noi siamo tanto differenti le une dalle altre quanto voi.
18.     Non presupponete che noi abbiamo tutte lo stesso rapporto di forza, soprattutto nei collettivi. I condizionamenti che provengono dal fatto di essere nera/ebrea/araba/immigrata/ecc., in un ambiente italiano-cristiano, hanno ancora degli effetti su di noi, e questa oppressione continua nella società in generale. Il fatto che voi siate italiani di origine latina (e forse anche della classe media), vuol dire che voi beneficiate di privilegi di cui siete forse totalmente incoscienti.
19.     Resistete alla tentazione di pensare o di affermare che la sua oppressione come donna non-italiana-cristiana sia unicamente un "suo problema". Tali questioni come il razzismo, l'antisemitismo e lo sfruttamento ci riguardano tutte.
20.     Lasciatela parlare, ma ascoltatela attentamente e rendete conto di quello che lei ha da dire. La solidarietà e la sorellanza sono possibili, ma non senza una lotta nella quale dobbiamo tutte impegnarci. Perché noi ne siamo tutte responsabili e dobbiamo lottare insieme contro il patriarcato.
 
 
Questo testo è stato presentato nel 1982 a Sidney da alcune donne dell'Alleanza delle donne immigrate, nere e del Terzo-Mondo, durante un seminario sui luoghi/gruppi di accoglienza e di reciproco aiuto di donne nere e immigrate. Ripreso dall'opuscolo "Quand les femmes s'aiment" n. 8 del 1999 è stato tradotto e liberamente modificato per la situazione italiana.

IO NEGRA TI PARLO, BIANCA di Beulah Richardson

— Inviato da flat @ 12:29

E’ giusto che sia io,
donna negra, a parlare delle bianche,
Padri
Fratelli
Figli
Mi muoiono per questo, a causa di questo.
E il loro sangue
Su sedie elettriche gelato,
bloccato dal nodo scorsoio del boia, cotto dal fuoco di folle linciatrici,
versato dal bianco pazzo suprematista desiderio
di uccidere per profitto,
me ne dà il diritto.
Vorrei poter parlare della condizione delle bianche
Come sarà e deve essere
Quando s’ergeranno in piena eguaglianza.
Ma allora, l’essere donna sarà essere donna
Senza colore o classe,
e da parte mia ogni necessità di parlare sarà scomparsa.
Felicemente scomparsa.
Anche le bianche sono schiavizzate,
la differenza è nel grado…
Qui portarono me in catene…
Qui portarono voi compiacenti schiave dell’uomo…
Se di me contarono i denti,
di voi apprezzarono le cosce
e come fecero con me
vi vendettero ai migliori offerenti.
Con catene e fucili m’hanno intrappolato.
Voi, V’hanno intrappolato con menzogne.
 
Comprò voi
Violentò me.
Io combattei!
Ma voi non combatteste né per voi stesse né per me.
Sedevate nella trappola della vostra superiorità
E non vi lamentavate.
 
Sopportando la dannata beffa del vostro matrimonio,
accumulaste l’odio su di me…
Sì, hanno condannato me alla morte
E voi allo sfacelo…
 
Vorrei che le disgraziate fra voi avessero potuto vedere
Attraverso lo schema
E unire le loro mani alle mie.
Allora, essendo noi la maggioranza,
avremmo da tempo potuto riscattare
le nostre esistenze devastate…
 
Non per errore su un calendario per uomini
Il vostro corpo nudo
Annunciò la data, 8 maggio.
E’ il vostro fato se non vi svegliate alla lotta.
Useranno il vostro corpo nudo
Per vendere la loro merce:
odio, coca cola, o stupro.
Ecco la depravazione a cui vi ridurrebbero
Per me la morte:
ma per voi
peggio della morte.
 
Perciò quando parlate con me, attenzione.
Non mi si rammenti la mia schiavitù, la conosco bene,
piuttosto ditemi della vostra.
 
Se accettate la mia alleanza, datemi la mano…
E mentre per la nostra impresa ci muoviamo
La nostra generosa lotta sia
Pace in un mondo dove c’è eguaglianza.
 
Beulah Richardson

Una frase di Barbara Smith

— Inviato da flat @ 12:27
<< PER QUELLE TRA VOI
CHE SONO STANCHE
DI SENTIR PARLARE DI RAZZISMO,
IMMAGINATE QUANTO NOI SIAMO
STANCHE DI SUBIRLO
ED ESAUSTE DI VEDERLO
COSTANTEMENTE NEI VOSTRI OCCHI. >>
________
 
Barbara Smith
Lesbica femminista nera americana
 

Intervento di Liliana Ellena e Vincenza Perilli

— Inviato da flat @ 12:15
* Scrivere questo contributo non è stato facile. Fino a pochi giorni fa non era ancora chiaro se c'era un'effettiva  volontà/possibilità di inserire un tavolo sul razzismo per la due giorni. Quando uno spiraglio si è aperto, abbiamo dovuto fare i conti da una parte con i tempi stretti, dall'altra con un nostro senso di inadeguatezza. Volevamo problematizzare un “silenzio” (o comunque la difficoltà ad affrontarlo emerso dalle discussioni nella lista Sommosse), ma eravamo anche titubanti a proporre in questa specifica occasione un contributo in quanto “femministe singole” (ovvero non facenti parte  attualmente di un gruppo o collettivo, o essendo trasversali a tanti).  Alla fine…al volo,  abbiamo deciso di prendere la parola mettendo insieme  alcuni spunti trasversali ai tavoli.  

1 - Per un tavolo sul razzismo: dalla manifestazione del 24 novembre alla due giorni del 23-24 febbraio

Questa due giorni nasce dalla grande manifestazione del 24 novembre contro la violenza maschile sulle donne, manifestazione che si è distinta per una forte connotazione anti-istituzionale, anti-familista, anti-omo/lesbo/trans/fobica, anti-securitaria e anti-razzista.
Riprendendo lo slogan del gruppo transnazionale Nextgenderation “Non in nostro nome”, si denunciava con forza l'ignobile campagna mediatica e politica  all'indomani dell'omicidio di una “donna italiana” da parte di un  “rumeno” (una rappresentazione che cela come dietro ad ogni stupro di una donna ci sia sempre, e comunque, un uomo), campagna che ha scatenato una vera e propria “caccia allo straniero”, con aggressioni fisiche contro migranti e rom, leggi d'eccezione ed espulsioni di massa. Rifiutando le strumentalizzazioni in chiave securitaria della violenza contro le donne abbiamo inserito nell'agenda politica il nesso sessismo/razzismo. Questo  è stato, a nostro parere, uno dei punti di forza della manifestazione.  
La nostra proposta di un tavolo sul “razzismo” nasceva quindi, in primo luogo, dalla constatazione che far ricadere tutto questo nell'invisibilità sarebbe un passo indietro.

Nello stesso tempo siamo consapevoli dei limiti del discorso (e delle pratiche) che  abbiamo finora elaborato (come militanti femministe). Vorremmo che questo tavolo potesse costituire un primo momento concreto in cui cominciare a pensare l'interrelazione tra sessismo e razzismo (e quella tra lotta antisessista e antirazzista), alla cui luce interrogare criticamente  le nostre teorie, le nostre pratiche, il nostro linguaggio e le nostre priorità.
Crediamo che questa sia una condizione imprescindibile per poter cominciare a dipanare lo scambio, il confronto ed anche il conflitto tra donne “autoctone” e “migranti”, europee e non europee, postcoloniali e diasporiche ...   

La discussione preparatoria alla due giorni che si è svolta nella  lista Sommosse ci è sembrata un ottimo punto di partenza. Non solo perché ci permette di riprendere una discussione alla quale in molte hanno – direttamente o indirettamente – partecipato, non solo perché si basa su dei materiali (le mail scambiate in lista) a tutte accessibili e facilmente consultabili, ma anche perché mette in luce alcuni nodi cruciali che, a nostro avviso, andrebbero sciolti.

Ci è sembrato significativo, per cominciare, che l'iniziale difficoltà ad inserire un tavolo “razzismo” (proposto ma di fatto assente dai sei tavoli presenti inizialmente in Flat), sia stata motivata (oltre che da problemi “logistici”) dalla “mancanza” o “assenza” delle “donne migranti”, dal timore di “sovradeterminarle” o di parlare “in loro nome”. Altrettanto significativa ci è parsa la tendenza ad associare razzismo e immigrazione, associazione presente anche nel frequente riferirsi al tavolo come “tavolo immigrazione”. Infine, è sintomatico che la discussione si sia spostata quasi subito su una querelle intorno alla questione (piuttosto complessa) del cosiddetto “foulard islamico”.  

D'altro canto, dalla discussione in lista è emersa anche la voglia di confrontarsi su queste questioni: ne viene ribadita l'urgenza, qualcuna fa girare dei materiali (tra i quali, ad esempio, un articolo sul lavoro teorico della femminista postcoloniale Gayatri Chakravorty Spivak), altre  sottolineano che la mancanza di un tavolo sul razzismo è riconducibile – piuttosto che all'assenza delle “donne migranti” - all'assenza tra noi di gruppi femministi che lavorano su questa questione in maniera specifica, alla mancanza di una pratica condivisa su tale tematica. E che anche su questa (doppia) assenza, comunque, varrebbe la pena di interrogarsi.

Riteniamo che molte delle obiezioni al tavolo “razzismo” siano comprensibili solo sulla base di un equivoco di fondo determinato (tra l'altro) da una mancanza di riflessione sulla storia del razzismo (del razzismo in generale e del razzismo italiano in particolare) e sulla teoria/pratica femminista che da alcuni anni ha cominciato – anche in Italia – a interrogarsi su questa questione, seppur faticosamente e restando spesso “ai margini” del discorso (sia militante sia teorico).
Da questo punto di vista è importante dar visibilità e valorizzare le esperienze che si sono confrontate con le problematiche del razzismo e del sessismo:

–    gruppi di native e migranti (pensiamo ad esempio a Punto di partenza di Firenze che qualche anno fa ha anche organizzato un convegno su questi temi, o ancora  Alma Mater  a Torino ...)
–    gruppi e collettivi femministi e lesbici che si sono mobilitati intorno alla questione razzismo, seppure in maniera discontinua, non strutturata e spesso legata a episodi congiunturali   (pensiamo al collettivo Clitoristrix femministe e lesbiche di Bologna che, qualche anno fa, denunciò con forza lo “sgombero” di migranti – uomini, donne, bambini – dalla Basilica di S. Petronio a Bologna o ancora l'adesione del collettivo Maistat@zitt@ di Milano alla recente manifestazione dei/delle migranti a Brescia ...)
–    le (tante) femministe “singole” (come noi due) che da anni sono attivamente impegnate nella lotta antisessista e antirazzista. In questo caso è più difficile “documentarne” l'attività: le “singole” non “aderiscono” alle manifestazioni, non fanno comunicati, non “promuovono”, ma sono presenti nei luoghi, nelle riunioni, ai presidi e alle mobilitazioni, intervengono nelle discussioni, fanno girare appelli, tessono relazioni tra realtà diverse e speso incomunicabili ... Tutto questo non ci sembra trascurabile.

2- Partire da noi

 Noi partiamo dal presupposto che parlare di “razzismo” (inteso come rapporto sociale, politico ed economico di sfruttamento e dominazione da parte di un gruppo su di un altro) significa parlare in primo luogo di “noi”. Non significa parlare (di o per) i/le “razzizzati/e” , per il semplice motivo che non sono coloro che subiscono il razzismo a creare il razzismo, ma è piuttosto il  razzismo che crea la “razza” (così come è il sessismo che crea il “sesso”). La mancanza delle “donne migranti” non può dunque essere una ragione valida per continuare ad ignorare un “problema” che è un nostro problema: in quanto donne (femministe) “bianche” e/o “occidentali” (da intendersi come categorie sociologiche, non “naturali”) siamo implicate nell'attuale sistema di dominio razzista e possiamo anche contribuire a perpetuarlo. Anche semplicemente non percependolo come un nostro problema. L’assenza delle migranti è piuttosto un sintomo  della mancanza di uno spazio  di discorso  che tematizzi  la questione del razzismo come terreno di conflitto politico all’interno del quale è possibile la presa di parola e l’interlocuzione tra posizionalità diverse. In questa prospettiva il nodo non è tanto ‘includere’ più migranti, ma piuttosto mettere al centro  e interrogare le gerarchie e le esclusioni che  fabbricano le relazioni sociali in termini ‘razziali’, sessuali, di genere.
 Si potrebbe quindi iniziare interrogando piuttosto la nostra “assenza” da momenti importanti dell'agenda politica dei/delle migranti (ad esempio il sabato successivo alla grande manifestazione del 24 novembre in varie città italiane si sono tenuti dei presidi dei/delle migranti: la presenza di femministe è stata scarsissima, per non dire nulla ...)

3- Disconnettere  razzismo e immigrazione

Associare il razzismo alla questione “immigrazione” (come è stato spesso fatto in lista) tende a rinviare a quello che è stato (ed ancora è)  uno dei leitmotiv della vulgata razzista, in specie italiana: è il “fenomeno immigrazione”, “l'invasione” dei/delle immigrati (i nuovi “barbari”, gli “stranieri”) che rende razzisti gli “italiani brava gente”, come se fossero i/le migranti (con i loro corpi, la loro “presenza”) a  “fabbricare” il razzismo, fenomeno altrimenti assente.   
Se oggi i/le migranti sono, in Italia, i maggiori bersagli delle politiche razziste e securitarie, questo non significa che il razzismo italiano nasce oggi e a causa loro.  Il razzismo attuale è invece un sistema che si è lungamente sedimentato nel tempo: dall'antigiudaismo di matrice cattolica, al razzismo antimeridionale teorizzato – tra gli altri – da Niceforo, all'antisemitismo delle leggi razziali del '38, al razzismo anti-zingari ( solo oggi detto anti-rom), al colonialismo di epoca liberale e poi fascista.
Queste forme di razzismo possono attraversare fasi di latenza, riemergere, modificarsi (si pensi alla persistenza dell'antisemitismo, al razzismo anti-meridionale riattivato qualche anno fa dalla Lega Nord, all'acutizzarsi del razzismo verso Rom e Sinti negli ultimi mesi). In ogni caso queste tracce influenzano e modellano le attuali forme di razzismo e dunque se ci sembra ancora poco visibile in Italia la presa di parola politica delle donne sul terreno dei conflitti razzializzati, ci sembra  evidente tuttavia che siamo in compagnia del razzismo da un bel po’.
E crediamo che questo spessore storico vada interrogato.

4- Un passo indietro: la critica del Black Feminism e dei Post-colonial Studies al femminismo “occidentale”.

La centralità assunta – a partire dai primi anni 70 - dalla critica mossa dalle militanti “non bianche” al femminismo “occidentale” (laddove, val la pena di insistere, per “non bianche” e/o “femminismo occidentale”, ci riferiamo a categorie politiche e sociali), rappresenta un punto di riferimento importante a cui attingere per interrogarsi sull’interrelazione di sessismo e razzismo.

Black Feminism: E' grazie a questa critica infatti (e a quella altrettanto dirompente delle militanti lesbiche e, sebbene ancora all'epoca poco visibili, trans) che il soggetto unitario del femminismo - “le donne” -, è imploso. Per le militanti nere e di altre “minoranze” il “femminismo bianco” ha riprodotto una griglia di lettura che tende a spiegare i meccanismi di dominazione attraverso l'unica modalità della dominazione di genere, ignorando altri assi di differenziazione. Il soggetto del femminismo “bianco” è un soggetto autocentrato sulla propria condizione particolare (donna occidentale, di classe media, eterosessuale), condizione che tende ad universalizzare. In questo modo l'esperienza dell'oppressione patriarcale vissuta dalle donne “non-bianche”, strettamente condizionata dal razzismo (così come le loro pratiche di resistenza) sono state ignorate e non riconosciute.


Il femminismo postcoloniale – a partire dalla critica del processo attraverso il quale l'Occidente si è consolidato creando i suoi “Altri” come oggetti da analizzare, assumendosi il potere/sapere di rappresentarli e controllarli –, ha denunciato la costituzione nel  femminismo occidentale di un soggetto che si autocostituisce come soggetto di conoscenza costruendo “l'Altra” (le donne del sud del mondo) come essere “inferiore”, bisognosa del suo “aiuto”, perpetuando in questo modo l'atteggiamento proprio dei (ex) colonizzatori bianchi, della loro “missione civilizzatrice”.

Alla luce di queste critiche anche le teorie pratiche prodotte fino a quel momento andavano riviste e riformulate alla luce del nesso sessismo/razzismo. Di fatto, storicamente, le femministe “bianche” hanno spesso stabilito un nesso tra sessismo e razzismo, ma questo nesso ha preso la forma di un rapporto di tipo analogico (analogia tra la loro propria condizione di oppressione e quella di altri gruppi oppressi. Basti pensare che lo stesso termine di sessismo viene coniato nell'ambito del femminismo nord americano degli anni settanta sul modello di “razzismo”).
Questo rapporto analogico viene decisamente contestato dalla femministe “non-bianche”: bell hooks ad esempio, individua in questa analogia una spia dei meccanismi sessisti e razzisti che producono l'invisibilizzazione delle donne non bianche. Infatti quel che si mette in parallelo sono le donne bianche e gli uomini neri.  Invitandoci ad abbandonare la problematica dell'analogia tra “sesso” e “razza” e privilegiando una problematica che mostra il loro articolarsi, il Black Feminism ha operato una vera e propria rivoluzione, portando alla messa a punto nella teoria/pratica femminista di alcuni importanti strumenti teorici per concettualizzare l'articolazione di sessismo e razzismo.

Analoghe critiche sono state mosse al modello che potremmo definire “matematico” o “addizionale”. Ad es. le donne subiscono il sessismo, tra queste alcune (le “non-bianche”) subiscono il sessismo e il razzismo, altre ancora (ad es., le lesbiche nere) subiscono il sessismo, il razzismo e la lesbofobia eccetera.  Un modello che isola ciascun rapporto di dominazione e definisce la loro relazione  in  maniera aritmetica: ad es. le migranti subiscono un'oppressione razzista (che condividono con gli uomini migranti) ed inoltre un'oppressione sessista (simile a quella subita dalle donne “native”), e ha ispirato molti dei commenti o delle analisi successive “ai fatti di Tor di Quinto”, probabilmente perché si muove nella stessa logica, ad esempio, dell'analisi del “lavoro delle donne” come “cumulo” di sfruttamento (fuori casa /in casa).

Queste osservazioni  rilevano la difficoltà a individuare i rapporti di dominazione come elementi  mobili, storici, difficilmente formalizzabili e circoscrivibili. C’è ancora cioè la difficoltà a pensare un (nuovo) soggetto del femminismo realmente denaturalizzato e decentrato.
La categoria “donne” (bianche, di classe media, eterosessuali …) viene infatti semplicemente re-naturalizzata in una miriade di “sotto-categorie” (”le migranti”, “le donne nere”, “le donne non bianche”, “le rom”…). L’esperienza delle donne “non-bianche” continua ad essere  percepita come un’esperienza “diversa” della dominazione patriarcale, articolata a diversi rapporti di potere (cioè una variazione dalla “norma bianca”, così come il “femminile” è stato per lungo tempo percepito come una differenziazione dalla norma della mascolinità). Non si comprende cioè che la denaturalizzazione delle categorie di “sesso” e di “razza” suppone ugualmente di decostruire quella che in area anglofona viene chiamata Whiteness, la “bianchezza”.
Lo stesso uso spropositato delle virgolette che facciamo in questo testo mostra….che ci mancano ancora le parole per nominare in modo politicamente efficace queste questioni. E si pone con urgenza  il problema di tradurre alla luce delle specificità del contesto italiano categorie, pratiche, riferimenti che hanno preso forma altrove.

5- Qualche passo avanti

In questo contesto ci sembra urgente elaborare un punto di vista critico che  contribuisca a  ripensare e a ricollocare  le nostre pratiche anche alla luce  dell’eredità dell’imperialismo e dell’eurocentrismo che continua  a definire  rapporti di potere asimmetrici e gerarchie di rilevanze  nei rapporti politici tra donne. Mentre  le esperienze femministe che hanno preso forma nel post-Genova 2001  hanno segnano  una frattura rispetto ad alcune posizioni essenzialiste, il corpo politico  al centro delle nostre pratiche rimane indiscutibilmente ‘bianco’. La disconnessione tra memoria coloniale e razzismo  emerge nella persistente resistenza a considerare il tema del razzismo e delle differenze culturali come una questione politica di tutto il movimento delle donne. Mentre  posizionalità diverse legate alla generazione e alle identificazioni di genere sono state tematizzate, le questioni di potere, autorità e leadership legate all'egemonia della ‘bianchezza’ rimangono  non dette e non problematizzate.

Quello che segue è il tentativo di individuare in questa prospettiva alcuni nodi trasversali ai diversi tavoli di questa due giorni, rilanciandoli a tutte:

-Violenza/razzismo/sessismo:  oltre alla questione del rifiuto dell’uso  della violenza contro le donne in chiave razzista (e dell’equazione stupratore=straniero), esiste tutto un sommerso legato alla violenza domestica, e ai rapporti potere legati al lavoro di cura.

-Autodeterminazione/razzismo: i corpi delle ‘migranti’ e delle ‘clandestine’. Rimettere in gioco le nostre pratiche di autodeterminazione a partire dalle nuove mappe dei corpi e della sessualità. Ci manca ad esempio un’analisi specifica delle disuguaglianze nell’accesso a consultori, aborto, fecondazione non assistita  (ieri sera la Finocchiaro a L’Infedele ci ha spiegato che l’aborto è utilizzato ‘troppo’ dalle immigrate).Un altro aspetto critico è il rapporto famiglia/razzismo: ad es. molte militanti non bianche hanno tematizzato la famiglia e lo spazio domestico come “spazio di resistenza”. Un elemento che ci pome di fronte alla necessità di comprendere che le priorità possono essere diverse e che diverse sono le agende politiche

-Precarietà/razzismo/sessismo: indagare all’interno del paradigma postfordista  come rapporti di potere razzisti non solo definiscano differenti accessi a risorse e possibilità, ma siano oggi cruciali nel riformulare i  nessi che collegano  lavoro sessuale e lavoro di riproduzione, da una parte, e   femminilizzazione globalizzata del lavoro e globalizzazione del lavoro di riproduzione, dall’altra.

-Comunicazione/razzismo/sessismo: sono molteplici le piste che si possono aprire su questo terreno: dal monitoraggio dei messaggi razzisti e sessisti veicolati da media e organi di informazione, alla questione della rappresentazione e autorappresentazione di un soggetto multiplo e mobile in grado di dare visibilità e allo stesso tempo decostruire i rapporti di potere, per passare infine alla questione del linguaggio.

-Pratiche femministe/lesbismo/antirazzismo:
La questione della ‘differenza’ è stata cruciale all’interno del femminismo, ma raramente e in modo marginale il tema delle differenze è stato articolato a partire dalle condizioni specifiche che ne segnavano posizionalità diverse all’interno del femminismo. La dimensione ‘transculturale’  dei processi di identificazione e mobilitazione politica diventa oggi centrale nell’orizzonte  di una crescente mobilità dentro e  fuori i confini dell’Europa.




Liliana Ellena e Vincenza Perilli
Torino-Bologna, 21 febbraio 2008

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