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ABC DELLA FEMMINISTA TEKNOLOGIKA da Fika Sikula

— Inviato da flat @ 01:08

da  http://femminismo-a-sud.noblogs.org/ 

Intro | Mezzi di comunicazione | Le donne e il computer | I blog | Gli spazi liberati (e il triste mondo della rete assoggettato a google)| La mailing list | Fare mailing list | Fare blog 

Ovviamente vi consiglio di leggere tutto perchè la suddivisione in paragrafi in realtà è speculare ad un unico filo conduttore. Tutto il testo (che è da integrare, arricchire e quindi consideratelo una versione 1.0 di qualunque scrittura di codice) parla di come fare comunicazione, di una etica femminista possibile nella comunicazione teknologica, di quello che non va' nella rete e nella comunicazione attuale. Se vi piace, buona lettura: 

Intro 

- Il pensiero femminista che non si serve di mezzi di comunicazione resta solo nella nostra testa.
- Il mezzo di comunicazione che vi apre la porta per poter raggiungere tante persone contemporaneamente, ovunque esse si trovino, con poca spesa, è il web.
- Lo strumento per arrivarci è: il computer!

Il computer non è una macchina infernale: è solo un elettrodomestico.

- Come tutti gli elettrodomestici il computer ha un tasto On/Off e voi lo userete per quello che vi è utile fare.
- Come una lavatrice il computer si serve di un programma di gestione o sistema operativo.
- Il sistema operativo più comunemente usato è Windows.
- Il computer più spesso vi serve per: scrivere testi, ricevere e mandare mail, viaggiare su internet.
- Per scrivere testi generalmente usate file in word.
- Per ricevere e mandare mail generalmente usate microsoft outlook o outlook express.
- Per viaggiare su internet generalmente usate Internet Explorer.

Windows, word, outlook, internet explorer non sono gli unici programmi per poter raggiungere gli stessi scopi. Si tratta infatti di un sistema operativo e di software proprietari il cui utilizzo viene imposto e viene da voi pagato. Esistono programmi free, gratuiti e in condivisione che potete scaricare liberamente dalla rete e installare sul vostro computer senza nessuna spesa.

Una piccola parentesi giusto per spiegarvi di cosa parlo quando mi riferisco a sistemi e software proprietari. Immaginate che vostra nonna abbia inventato una ricetta di cucina particolare e che invece che passarvela per permettervi di riprodurla, personalizzarla, migliorarla, abbia deciso di depositare la formula all'ufficio brevetti, di non condividere la sua conoscenza con nessuno e di permettervi di assaggiare il suo fantastico piatto solo a patto che lo acquistiate nelle confezioni pronte al supermercato. Ecco: questo è un software proprietario. Un programma free e in condivisione invece è una creazione, una idea che si arricchisce della competenza di tante altre persone che via via la fanno diventare sempre più ricca. Il concetto della condivisione si oppone al copyright e alla appropriazione della conoscenza da parte di monopoli (come microsoft) che su di essa attuano una vera e propria speculazione.

- Il sistema operativo in alternativa a windows è Linux. Ma questa è un’altra storia che potrà essere approfondita in una lezione avanzata per le femministe teknologiche.
- Ci sono programmi gratuiti che potete comunque installare anche su windows: Il programma di scrittura word può essere sostituito con open office. Outlook può essere sostituito con Mozilla Thunderbird. Internet explorer può essere sostituito da mozilla firefox. Per vedere e modificare le vostre foto potete usare Gimp.
 
Mezzi di comunicazione

Attraverso una semplice connessione internet, un computer e qualche software gratuito potete comunicare con moltissime persone e a più livelli.

Bisogna premettere che la comunicazione attraverso un computer è spesso definita una peculiarità di chi dispone di una preparazione tecnica per farlo. Tale preparazione pare generalmente essere “esclusiva” degli uomini. Essi hanno dominato ogni settore tecnologico e l’informatica è uno di questi settori. Essi si sono impadroniti di un mezzo fondamentale per stabilirne priorità, finalità e obiettivi. Hanno dominato il mezzo attraverso l’uso di linguaggi complicati e fatti quasi esclusivamente per addetti ai lavori. Hanno creato regole che discriminano le persone non sufficientemente preparate e quelle che non sposano le finalità stabilite. Hanno dunque creato una sorta di recinto esclusivo richiamando ad una predisposizione “naturale” verso la tecnologia.

La naturale predisposizione di cui parlano è di fatto una selezione prestabilita per attribuzione di ruoli nell’infanzia. Agli uomini giocattoli da smontare e alle donne bambole cui cambiare i pannolini. La naturale predisposizione è data da una effettiva diversità nell’approccio alla tecnologia. Una diversità “di genere” che va rivendicata e che è fatta di una comprensione del mezzo, il computer, senza dedicarvi una particolare adorazione e senza creare zone di sacralità che non possono essere infrante. Una diversità che ci è stata negata – come avviene per la sessualità - perché non ci viene riconosciuto il nostro grande senso pratico e la nostra capacità di restituire al mezzo la reale dimensione che esso riveste: quella appunto di mezzo e nulla più.

Si è detto inoltre che di fronte alla tecnologia non c’e’ una discriminazione. Di fatto la discriminazione c’e’ ed è fatta dal monopolio delle informazioni che non vengono condivise, da quella regola infausta che dice che le donne sono ben accette ovunque purchè siano “preparate” dove il livello di preparazione corrisponde comunque sempre ad uno standard che altri hanno fissato e che adopera la meritocrazia utilitaristica e la produttività come metro di giudizio per i soggetti che vorranno impegnarsi nella conoscenza di questo mezzo.

Come per la società reale, nel mondo virtuale gli uomini hanno inventato regole che non tengono conto dell’analfabetismo, della differenza di classe, della differenza di genere. Così sono state stabilite regole di ingresso e anche finalità di impiego delle preparazioni tecniche che ciascuno può assumere. Con il computer, così come per tutto il resto, vali se produci. Con il computer vali se usi un linguaggio codificato ed escludente che equivale alla bibbia in latino prima della traduzione luterana. Con il computer la socialità viene spesso ridotta a mere corporazioni di bassissimo, basso o medio alto livello. Pochi sono quelli consapevoli dell’importanza di alfabetizzare chi non sa garantendo un passaggio di informazioni chiaro e semplice e il più possibile adatto alle necessità di tutti e tutte.
 
Le donne e il computer

La comunicazione attraverso il computer sta di fatto soppiantando quella che siamo state abituate a conoscere e attraverso essa abbiamo possibilità di accesso a numerosissime possibilità. E-mail, siti, blog, video, audio, intere biblioteche digitalizzate a disposizione di tantissimi utenti, teleconferenze, chat, incontri virtuali in città non reali come second life, comunicazione veloce e a bassissimo costo dall’uno all’altro capo del mondo.

Queste enormi potenzialità sono state ben intercettate dal “mercato” e di fatto mentre accedete ad internet la fonte privilegiata di notizie pare essere quella dedicata ad ogni sorta di prodotto in vendita ovunque. Pubblicità, aste online spadroneggiano e cercano di appropriarsi di ogni piccola o grande vetrina visitata in web. Persino un piccolo blog diventa appetibile per multinazionali come google che - oltre ad avere l'esclusiva sulle notizie da rendere più o meno visibili e quindi dei contenuti da veicolare attraverso il suo canale di ricerca - ci piazza sopra le sue pubblicità con guadagni enormi che al momento nessun altro dello stesso settore pare avere nel mondo.

Tali potenzialità sono state intercettate anche da conservatori e fascisti di ogni genere che hanno aperto un blog allo scopo di egemonizzare, assieme ad altri, la cultura in rete e di orientarla sempre in senso fascista, moderato, maschilista, patriarcale.

La rete è dunque una piazza “virtuale”. Presidiarla è un nostro dovere. Comunicare nel miglior modo possibile per cambiare la cultura dominante è un obiettivo possibile e va perseguito. Bisogna entrarci dentro per modificare i linguaggi, le finalità, le priorità.
 
I blog

I blog sono la novità del web 2.0. Sono piattaforme che consentono agli e alle utenti di aprire un “sito”, che ha le caratteristiche del blog, con estrema facilità.
 
Vi faccio un esempio più semplice: un sito è come una casa. Per costruirla dovete acquistare un terreno, costruire le fondamenta, fare i muri, metterci gli infissi, rifinire con la rete elettrica, quella idraulica etc etc fino ad ottenere una casa che potrete abitare.

Un blog è un po’ come un appartamento in residence. C’e’ una impresa edile che ha costruito le case, di varie forme e dimensioni. Vi lascia però la possibilità di personalizzare i vostri spazi come volete pur mantenendo la stessa struttura di base. In ogni appartamento voi trovate il necessario per cucinare, dormire, fare la doccia, andare al cesso. Qualunque altra cosa vi serve bisogna che la cambiate da voi. Potete tenervi l’appartamento così com’e’ o cambiare la doccia con una bella vasca da bagno, per esempio.

Per certi versi una piattaforma di blog consente quello che nelle comunità reali abbiamo una certa difficoltà a fare. Stabiliti dei punti comuni per tutti, si sta tutti assieme ciascuno mantenendo salda la propria individualità.

In un blog voi potete scrivere quello che volete nel rispetto delle leggi vigenti (copyright, diffamazione, non dovrebbe essere una testata giornalistica con periodicità di pubblicazione perché altrimenti serve la registrazione come testata giornalistica in tribunale) e potete veicolare le notizie che volete. E’ cosa saggia, anche quando si sceglie di fare un blog così come un sito, mettersi in rete, collegarsi ad altri/e. Una potenzialità della rete è la grande capacità di essere portatrice sana di virus. Parlo della comunicazione come un fatto virale. Parlo della capacità di contagiare con un effetto “eco” che può arrivare anche molto lontano da noi. Pubblicare una idea, una notizia, senza che questa sia replicata altrove, in un tam tam continuo, effetto sms per intenderci, annulla lo sforzo di chi ha avuto l’idea e riduce a nulla il suo valore.

Non vi sto suggerendo di spammare – che significa mandare ovunque mail o link con i vostri contenuti perché siano conosciuti, almeno non fatelo quando questo risulta essere non richiesto, contrario alla policy dei luoghi cui inviate o non voluto. Vi suggerisco invece di fare rete. Siete voi a scegliere quali contenuti veicolare con la consapevolezza che il vostro può essere un mezzo che appartiene a voi – relativamente parlando – ma si pone una finalità collettiva. In nome di quella finalità bisogna cercare di essere veicolo delle notizie, delle idee e delle persone che le producono.

Gli spazi liberati

Molte piattaforme blog che potete trovare in giro per la rete vi danno l’opportunità di aprirne uno e quindi di fare parte di una community (la comunità virtuale di abitanti del recidence/piattaforma). In genere vi forniscono spazio limitato e vi propongono altro spazio a pagamento. Tutti si attengono alle leggi dei vari Stati in cui risiede il server – ovvero la macchina sulla quale viene contenuto tutto quello che i vari blogger producono in una community. Tutti registrano gli indirizzi ip di chi gestisce o si collega al blog.

Tutti loggano – tengono la memoria – dei contenuti che passano nei blog e degli indirizzi di chi li ha prodotti. Molti hanno norme restrittive in fatto di pubblicazioni di materiali giudicati osceni o che possano costituire vilipendio al capo di stato, se parliamo del papa.

Ovvero: La community non è una community con il senso di responsabilità collettiva che dovrebbe sostenere una formula di aggregazione virtuale di questo genere. Una community nei casi che ho descritto è semplicemente un residence con affittacamere che non si assume la responsabilità politica di quello che pubblicate e che anzi conserva prove e dettagli cui possono attingere le forze dell’ordine quando ne fanno richiesta. Per loro siete un affare e come per tutti i business che si rispettano nulla è gratis.

Voi rappresenterete la quantità di visite alle pagine della community stracolma di pubblicità. Come per il clero e i contributi economici che riceve, voi sarete la quota di “utenti” in base alla quale loro stabiliscono il loro valore contrattuale sul mercato. Chi paga per mostrare la propria pubblicità sulle loro pagine vuole sapere quanti affittuari possono avere accesso a quel manifesto pubblicitario. Più sono e più si paga. Voi siete dunque un affare e comunque vi si chiede di pagare per avere la versione “Pro” del blog con maggiore spazio e maggiori opportunità di gestione. Inoltre vi si invita allo stesso modo a farvi voi stessi tramite di quelle pubblicità. Così voi stessi diverrete parte di quel mercato che vi spreme fino alle stesse idee che non potranno più essere leggibili allo stesso modo perché svilite dalla presenza di tante pubblicità google fuori contesto.

Avrete infatti visto più di un blog con tanti richiami google. Google ha attivato da tempo il servizio adsense. Diventare utente adsense significa poter ospitare sul proprio sito o blog le pubblicità google che in cambio garantisce una percentuale di guadagno. Per alcune piattaforme blog è già previsto che i blogger possano attivare adsense. Splinder e blogspot (per fare un esempio) già lo prevedono. Serve una password utente adsense e serve anche che l'utente autorizzi google a dare una percentuale del guadagno a splinder (il 15%) o a blogspot (0%). Per altre piattaforme invece è l'utente che deve inserire il codice adsense a mano nel template. In genere è consentito soltanto se l'utente possiede una versione pro (a pagamento) del blog.
 
La percentuale di guadagno si realizza attraverso i click sulle pubblicità targate "google". Non solo: un servizio adsense è anche quello dello spazio ricerca. Se all'interno di un sito o un blog voi cercate dei contenuti sullo spazio google, anche in quel caso realizzate un guadagno per google e per chi gestisce il sito o il blog. Adsense ha anche un'altra particolarità: registra gli ingressi del sito o del blog in cui le pubblicità google sono presenti. Questo perchè segna anche quante volte una pubblicità è stata semplicemente "visionata" (soltanto vista e non clikkata). Ne deriva che google adsense registra i dati dei visitatori e delle visitatrici del sito o blog in cui è presente. I dati raccolti costituiscono in qualche modo una violazione della privacy e serviranno a fare ulteriori indagini di mercato.
 
Ci sono molti blog che consapevolmente fanno uso di questo servizio perchè a loro modo identificano in esso una possibilità di guadagno. Nulla di male. La cosa che invece è particolarmente contraddittoria, priva di etica, incoerente è vedere dei blog militanti (anche femministi) che ospitano pubblicità di questo tipo. Può accadere così che in un blog femminista voi trovate pubblicità del tipo: "Donne da conoscere", "Conoscersi", "Trova donne in 5 minuti". Questo succede perchè le pubblicità google vengono piazzate su siti e blog riadattate sulle parole chiave di certe pagine. Così per assurdo potete trovare un post che parla di donne maltrattate e accanto una pubblicità di stampo maschilista che recita appunto "Trova donne in 5 minuti".

Altra cosa da registrare e cui fare attenzione è la presenza in rete di siti da "abbocco" come femministe.com, sito di derivazione maschilista, che attrae persone in buona fede interessate all'argomento che invece si ritrovano con un sito pieno zeppo di argomenti maschilisti e di pubblicità di donne in offerta speciale per far compagnia agli uomini e di quelle delle agenzie di incontri a pagamento. Chi ha aperto quel sito ovviamente è interessato agli ingressi. Più gente arriva a cercare contenuti femministi più chi gestisce il sito guadagna.

In questo panorama desolato però in Italia si distingue Noblogs per ragioni etiche, politiche e volendo anche affettive. Noblogs nasce per mano della comunità di Autistici/Inventati che da tempo si occupa di difesa dei diritti digitali e della privacy. La community cui hanno dato vita è aperta ai contributi tecnici di chi vuole migliorarla, è gestita in maniera volontaria e chiede dei contributi (che si possono versare anche online) per far sopravvivere il progetto che necessita di
strumenti tecnici, manutenzione e revisione.

Noblogs non tiene traccia dei log. Non registra neppure gli indirizzi di chi scrive, commenta, ci fa visita. Anzi a proposito di quanto specificato sopra dice:

A proposito di: "[...] pubblicità (es. adsense), strumenti di analisi del traffico (analytics) o traccianti di vario tipo a scopo di statistica (clustrmaps o shinystat). [...] tutti questi elementi tengono più o meno  memoria di tutti gli utenti che visualizzano il blog per fare commercio dei dati raccolti. Ci sembra pleonastico farvi notare che queste cose sono palesemente in contrasto con la logica di NO-b-LOGS (il blog *senza* log) e che violano la policy del progetto e la privacy dei visitatori."

Ovviamente A/I non si assume la responsabilità di quello che scriviamo (ma sappiamo che sostiene una battaglia politica se la condivide) e non garantisce l’anonimato di nessuno perché se io scrivo il mio nome a firma degli articoli è chiaro che se vengo perseguit@ per un reato – che potrebbe essere di vilipendio della religione di stato - la polizia postale viene a cercare me.

Noblogs è uno spazio liberato, difeso e tenuto gelosamente in vita. Per questioni clericali (la pubblicazione del gioco pretofilia di Molleindustria) hanno già provato a chiudere tutta la piattaforma con gli oramai oltre quattrocento blog che ci stanno dentro ma la questione si è risolta in un nulla di fatto perché lo Stato presso cui poggia il server non ha reputato il reato contestato dall’italia sufficiente ad operare la chiusura.

Autistici/Inventati inoltre fornisce servizi per account mail, mailing list, siti. Per ciascuno di questi vale lo stesso identico principio che viene specificato in risposta a qualunque richiesta di servizi:

“Le pregiudiziali per poter partecipare ai servizi offerti su questo server sono la condivisione dei principi di antifascismo, antirazzismo, antisessismo e non commercialità che animano questo progetto, oltre ovviamente a una buona dose di volontà di condivisione e di relazione ;)))))
Spazi e servizi di questo server non vengono destinati ad attività (direttamente o indirettamente) commerciali, al clero, ai partiti politici istituzionali: o comunque, in sintesi, a qualunque realtà che disponga di altri potenti mezzi per veicolare i propri contenuti, o che utilizzi il concetto di delega (esplicita o implicita) per la gestione di rapporti e progetti.
Il server conserva esclusivamente i log strettamente necessari a operazioni di debugging, che comunque non sono associabili in alcun modo ai dati identificativi degli utenti dei nostri servizi”

Per ogni informazione su servizi, policy e altro potete guardare il loro sito: Autistici/Inventati.

Per conoscere qualcos’altro delle comunità virtuali più libertarie potete leggere questo post che parla dell'hackmeeting.

La versione al femminile dell’Hackmeeting è l’eclectic tech carnival (quest'anno ad amsterdam) che è rappresentato in europa soprattutto dalle Gender Changers ed è raccontato bene dalle Feramenta che di quel percorso sono parti attive. In pratica ci sono delle donne che invitano altre donne e svelano loro trucchi, condividono saperi e insegnano persino a montare e smontare un computer.

La mailing list

Da Wikipedia: La Mailing-list è un sistema organizzato per la partecipazione di più persone in una discussione tramite email. Per inviare un messaggio a tutti gli iscritti, è normalmente sufficiente inviarlo ad uno speciale indirizzo e-mail, e il servizio provvede a diffonderlo a tutti i membri della lista. In questo modo, non è necessario conoscere gli indirizzi di tutti i membri per poter scrivere loro.

Ogni mailing list è sottoposta a particolari regole di o da comportamento (vedi netiquette) a cui ogni iscritto deve attenersi. Generalmente i messaggi devono obbligatoriamente trattare di un particolare argomento, per generico che possa essere.
 

************


Fatta questa premessa spiego ora brevemente come si apre una mailing list. Bisogna innanzitutto fare richiesta a chi eroga questo servizio. Per aprire la lista “sommosse” l’amministratrice ha dovuto fare richiesta ad Autistici/Inventati. Autistici/Inventati, se accetta la richiesta perché rispondente alla sua policy, attiverà la mailing list e invierà all’amministratrice link e password attraverso i quali potrà provvedere alla “configurazione” della lista. Configurare una lista significa programmarla per farle fare quello che voi volete che faccia. Come per la lavatrice la pagina di configurazione avrà varie opzioni tutte scritte in linguaggio comprensibile. Tra il lavaggio a 90° e quello a freddo con centrifuga voi sceglierete quello che è meglio per il lavaggio dei vostri capi. Tra la gestione di una mailing list che accetta allegati di peso superiore a 2 mega e quella che non accetta allegati se non in file di testo (senza immagini) voi potrete scegliere quello che è più corretto nel rispetto della netiquette che avete stabilito per la lista che andrete a gestire.

Fare mailing list

Fare mailing list significa prendere confidenza con il mezzo che state utilizzando. Una mailing list non è un mare aperto in cui lanciate una bottiglia nella speranza che qualcuno la raccolga. Abbiamo già letto che si tratta di un sistema che vi permette di inviare una mail ad un solo indirizzo che però vi collega a tutti gli indirizzi delle iscritte.

Se scrivete in una mailing list siete in una stanza piena di gente che dovrà imparare ad autogestirsi o dovrà essere moderata (esiste infatti la figura di moderatrice delle liste).

Ogni lista rispetta una propria netiquette, che in generale si riferisce a quella che pare valida per tutto il web. Io ne ho contestato alcune parti secondo me molto discriminatorie e totalmente vincolate all’elitarismo corporativo che rappresenta molte comunità virtuali di specialisti informatici. La mia proposta provocatoria era ed è quella di realizzare una netiquette femminista. Trovate un po’ di chiacchiere su questo argomento a questo LINK.

Proviamo comunque a immaginare cosa non si dovrebbe fare in una mailing list:

- non bisogna rispondere all’indirizzo della lista immaginando di parlare con una sola persona. Tutte quelle che vi leggono rimarranno silenziose per discrezione ma sono tutte lì e ricevono le vostre mail indirizzate male.
- Una lista è come una bella assemblea virtuale. Se non si leggono le mail non si partecipa al percorso di condivisione delle informazioni che ci sono necessarie ad avere rispetto di quello spazio comune. Rispetto alla lista Sommosse: sono stati spediti vari richiami a rispettare delle regole e anche alcune mail in cui veniva precisato che per la prenotazione ai tavoli e/o ai pranzi e al caffe’ bisognava scrivere ad un indirizzo diverso da quello della lista. Ora noi tutte sappiamo quanto e come mangiate e possiamo persino intuire quanto zucchero prendete nel caffè.
- Una assemblea virtuale ha bisogno di un ordine di interventi e anche di automoderazione. Se in una stanza si alza a parlare sempre la stessa persona per dieci volte, aggiungendo dettagli o comunicando anche preferenze rispetto al pasto preferito si finisce per prevaricare il resto dell’assemblea. Se a spedire molte mail sono in tante si produce un caos che è impossibile da seguire anche per quelle armate di pazienza.
-  In una assemblea virtuale – come in quella reale - chi interviene non recita a memoria tutti gli interventi precedenti prima di arrivare al proprio. Semmai prende spunto da qualche battuta che vorrà citare e poi continuerà con il proprio intervento. Con le mail bisogna fare esattamente la stessa cosa. Quando spedite la vostra opinione ricordate sempre di cancellare le parti delle mail precedenti che non servono alla comprensione del vostro discorso. Questo si chiama “quotare”.
- In una assemblea virtuale bisogna sforzare di comprenderci tutte, a partire dalle nostre reciproche differenze di linguaggio e di preparazione tecnica. La volontà comune è quella di condividere informazioni necessarie. E’ cosa buona e giusta se chi ha difficoltà lo dice e agisce con autodeterminazione per autogestirsi e sforzarsi di non delegare.        

Fare blog

Il manuale costruito da Autistici/Inventati per fare un blog su Noblogs potete trovarlo a questo indirizzo: Manuale per l'uso del blog

- Per aprire un blog su Noblogs bisogna innanzitutto avere un account mail su uno dei server a cura delle comunità che si occupano di rispetto della privacy e difesa delle libertà digitali. Autistici/Inventati è una di queste (ma c'e' anche ecn, indivia, riseup, etc).

- Quando avrete ricevuto l’account potete andare alla pagina: http://noblogs.org/summary.php dove potrete trovare la voce “Registrati” a partire dalla quale potete iniziare le operazioni di attivazione del vostro blog.

- La pagina admin del blog è molto facile da gestire e vi troverete immediatamente uno spazio in cui inserire il file di testo. Scrivete, salvate e pubblicate. Il vostro articolo apparirà nella homepage del vostro blog.

- Altri approfondimenti saranno diffusi in un how to semplificato con tempi spero non biblici. Intanto sappiate che esiste un forum di auto aiuto in cui potete trovare anche una sezione dedicata ai blog.

Sul fare blog ho effettivamente cominciato a riflettere grazie al FemCamp (raduno di blogger e individu@ interessat@ al mondo delle tecnologie al femminile organizzato dalle donne dell'Associazione Orlando che hanno sviluppato il progetto Technèdonne).

Delle regole imposte del fare blog io contesto alcune cose precise. Chiunque vi dirà di puntare sulla brevità del testo perché secondo l’audience registrata da altri famosi blogger pare che molti facciano fatica a leggere oltre la prima schermata. Seguendo questi parametri quindi l’indicazione, che io mi rifiuto di seguire, è quella di andare sempre più verso una comunicazione/spot simile agli assertivi proclami-annuncio dal balcone di mussolini e piegati alla volontà di un “pubblico” che ha fretta di leggere comunicazioni interessanti, piene di verve, sagaci e anche piene di senso dell’umorismo ridotte in pillole, in aforismi essenziali e asciutti che non tengono conto della necessità di condivisione della elaborazione e delle informazioni che ciascuno di noi può mettere in comune.

L’altra regola che contesto è quella che vorrebbe una scrittura impersonale o una classificazione dei blog, valutati secondo una differenza tra quelli gestiti da uomini e quelli gestiti da donne, sulla base della capacità di tenere separato il personale dal politico o il politico dal personale.

Molti pensano che i blog di donne sono diaristici e non interessanti dal punto di vista pubblico. Quelli degli uomini sembrerebbero invece generici, universalizzanti, mancanti del soggetto “io”. Usano cioè una comunicazione con presunzione di universalità delle proprie opinioni che raramente vengono definite in quanto tali. C’e’ poi in questo anche una precisa constatazione di quello che è viene considerato “politico” e “interessante” e quello che no. Parlare di cuffaro, per farvi un esempio, sarebbe politicamente interessante. Parlare della prima poppata di vostra figlia invece no.

Elenco altri meccanismi che non preferisco del mondo dei blog:
 
- il concetto di indicizzazione in algoritmi che ti permette di stare tra i primi o gli ultimi posti della classifica dei blog: ovvero lo scambio dei link.

- Non mi piace la corsa alla classifica delle blogstar, la perdita di vista del motivo che ti ha spinto ad aprire un blog, l’adattamento alle preferenze del “pubblico".

- l'uso di traccianti di vario tipo a scopo di statistica (clustrmaps o shinystat)

Inizio da quest'ultimo. Un tracciante a scopo di statistica è quello che spesso viene usato per vedere quante persone vanno a guardare un blog. Tutto ciò è possibile perchè il tracciante registra gli ingressi dei visitatori e delle visitatrici, ne identifica l'ip e dunque l'identità e la provenienza. Ecco dunque, semmai ve ne fosse bisogno, un'altra "spia" che viola la nostra privacy e che analizza e utilizza i nostri dati ancora una volta per venderli a qualche azienda che fa indagini di mercato.

Ogni volta che noi entriamo a vedere un sito i traccianti stabiliscono i nostri gusti, le nostre preferenze ed è in base a quelle che viene lanciato, pubblicizzato un prodotto sul mercato. Proprio sulla base di quanti potenziali compratori potrà avere. E' dunque questo un modo per essere nostro malgrado forza lavoro senza neppure una retribuzione. E' questo un modo per legittimare le regole del "mercato" senza esserne effettivamente neppure consapevoli. 

Inoltre: In rete esistono alcuni aggregatori di blog che ne indicizzano il gradimento. Se un sito viene linkato molte volte allora sale in classifica. Sulla base di questo meccanismo la comunicazione di molti blog pare essere diventata puramente finalizzata al raggiungimento o al mantenimento delle prime posizioni in classifica. Pare indispensabile trattare di una "attualità" imposta da altri, in special modo dai media ufficiali. Si perde così la caratteristica fondamentale del blog: quella di poter essere una voce personale o collettiva originale, alternativa, differente.

La pluralità di contenuti si strozza in una crescente omologazione che impedisce che si realizzi una vera controinformazione o comunque che si realizzi una intromissione effettiva nel basso panorama culturale esistente perchè esso sia suscettibile di un cambiamento.

Far conoscere il pensiero femminista significa casomai rielaborare i contenuti che vengono propinati nei media ufficiali e ripassarli sotto la lente della analisi critica che ne svela contraddizioni, incoerenze, omissioni, prevaricazioni, bugie.

Far conoscere il pensiero femminista significa raccontarlo in tutte le sue forme. Perchè se non siamo noi a raccontarlo altri lo faranno per noi e certamente diranno cose che ci somigliano molto poco.

Buona narrazione dunque e - come sempre - vi invito a commentare per arricchire, segnalare inesattezze, criticare questo vademecum della femminista teknologica.

Nota: il vademecum è stato presentato al Flat: femministe e lesbiche ai tavoli, più precisamente al tavolo su comunicazione, linguaggi e informazione del 23/24 febbraio. 

--->>>La foto viene da RiotClitShave


presentazione tavolo media e linguaggi

— Inviato da flat @ 15:13

 Qui di seguito trovate la presentazione in powerpoint del tavolo su "media linguaggi e immaginari, strumenti di riapprorpiazione"

Abbiamo voluto aprire il tavolo con un intervento su digital devide, cyberfemminismo e tecnofemminismo per portare un percorso femminista, che molte non conoscono, che è legato alla riappropriazione della tecnologia come strumento non solo del comunicare ma di autodeterminazione e autodifesa. 

2223.ppt


presentazione del tavolo

— Inviato da flat @ 15:00
"Media, linguaggi ed immaginari.
Strategie e pratiche di autorappresentazione e riappropriazione dei mezzi
di comunicazione e dei linguaggi"

Il tavolo verrà co-gestito da feramenta e enza panebianco.

feramenta è una rete di donne che da tre anni lavora su condivisione di
saperi, freesoftware, immaginario e identità di genere.

enza panebianco è redattrice di "femminismi a sud", un blog di espressione e
analisi politica femminista.

Il tavolo verrà focalizzato sull'autorappresentazione e sugli strumenti
del comunicare in rete.

Abbiamo ragionato su come impostare il tavolo e siamo arrivate alla
conclusione che parlare dell'attacco alle donne attraverso i media
piuttosto che dell'oggettivazione del corpo delle donne nella televisione
e nella pubblicità o della violenza mediatica in generale è un approccio
generalista e in un confronto ampio è difficile condurre la discussione
verso approdi comuni diversi da quelli di partenza, che ci vedono già
tutte d'accordo.
Ci siamo quindi proposte per introdurre il tavolo a partire dai nostri
percorsi politici fondati sulla riappropriazione, la condivisone e
l'autorappresentazione dandogli un taglio molto pragmatico.
La seconda parte del tavolo avverrà infatti sotto forma di workshop.


I PARTE

Intro:

che cosa è e come si radica il gender divide.

la riappropriazione: dal cyberfemminismo agli eclectictechcarnival

l'autodeterminazione e l'uso della tecnologia

uso consapevole della tecnologia
(spazi liberati, free software, comunità virtuali)

DISCUSSIONE APERTA

II PARTE

Spazi liberati nella rete

Comunicare tra noi:

la mailing list come assemblea virtuale
(come si apre, come si gestisce, come ci si autogestisce, la netiquette)

Comunicare all'esterno:

Il blog
(come si apre, come si gestisce, cosa vuol dire autorappresentarsi e come si
comunica in un blog)




Presentazione della discussione

— Inviato da flat @ 04:44
"Media, linguaggi ed immaginari.
Strategie e pratiche di autorappresentazione e riappropriazione dei mezzi
di comunicazione e dei linguaggi"


Il tavolo verrà co-gestito da feramenta e enza panebianco.
feramenta è una rete di donne che da tre anni lavora su condivisione di
saperi, freesoftware, immaginario e identità di genere.
enza panebianco è redattrice di femminismi a sud, un blog di espressione e
analisi politica femminista.

Il tavolo verrà focalizzato sull'autorappresentazione e sugli strumenti
del comunicare in rete.

Abbiamo ragionato su come impostare il tavolo e siamo arrivate alla
conclusione che parlare dell'attacco alle donne attraverso i media
piuttosto che dell'oggettivazione del corpo delle donne nella televisione
e nella pubblicità o della violenza mediatica in generale è un approccio
generalista e in un confronto ampio è difficile condurre la discussione
verso approdi comuni diversi da quelli di partenza, che ci vedono già
tutte d'accordo.
Ci siamo quindi proposte per  introdurre il tavolo a partire dai nostri
percorsi politici fondati sulla riappropriazione, la condivisone e
l'autorappresentazione dandogli un taglio molto pragmatico.
La seconda parte del tavolo avverrà infatti sotto forma di workshop.


I PARTE

Intro:

che cosa è e come si radica il gender divide.

la riappropriazione: dal cyberfemminismo agli eclectictechcarnival

l'autodeterminazione e l'uso della tecnologia

uso consapevole della tecnologia
(spazi liberati, free software, comunità virtuali)

DISCUSSIONE APERTA

II PARTE

Spazi liberati nella rete

Comunicare tra noi:

la mailing list come assemblea virtuale
(come si apre, come si gestisce, come ci si autogestisce, la netiquette)

Comunicare all'esterno:

Il blog
(come si apre, come si gestisce, cosa vuol dire aurappresentarsi e come si
comunica in un blog)

Cyberfemminismo e queer theory

— Inviato da flat @ 03:02

1.  Queer Theory

Cercheremo ora di mettere in luce come i paradigmi teorici e gli strumenti dell’azione politica della queer theory si ritrovino in molti studi che hanno interessato le potenzialità del cyberspazio come luogo di sperimentazione di identità sessuali alternative. La riflessione cyberfemminista, fin dalle origini, si è largamente interessata delle politiche identitarie rese possibili dallo spazio virtuale. Come avviene la rappresentazione dei sessi nella realtà virtuale? L’esperienza d’identità sessuali multiple, che spesso si realizza nelle comunità virtuali, è uno strumento utile per mettere in discussione il legame fra sesso, genere e desiderio sessuale? Si può paragonare la costruzione di un avatar ad una masquerade queer?

1.  Queer Theory

La prima studiosa che adottò il termine queer per riferirsi alla teoria sull’omosessualità gay e lesbica fu Teresa De Lauretis, che, nel 1990, parlò di queer theory durante un convegno. La scelta del termine – spiega De Lauretis – nacque dall’esigenza di evitare aggettivi quali “lesbico-e-gay” e “lesbigay”, al fine di scoraggiare l’identificazione fra omosessualità lesbica e gay (differenti per storia, tradizione e simbologia) e la loro caratterizzazione unicamente per contrasto con l’eterosessualità[1].

Con queer theory oggi s’intende la più recente evoluzione degli studi gay e lesbici, che si interessano, fra l’altro, di fenomeni come il travestitismo, l’ermafroditismo, l’ambiguità di genere, le operazioni per il cambiamento di sesso. La ricerca opera nella direzione di mettere in crisi il concetto di sessualità “naturale”[2]. Dimostrazioni e decostruzioni accademiche da un lato e performance di varia natura dall’altro sono gli strumenti adottati per rivelare l’incoerenza dei tre termini – sesso, genere e desiderio – sui quali si fonda la normalizzazione dell’eterosessualità.

Il percorso che conduce all’elaborazione della queer theory parte da autori come Foucault, Irigaray, Kristeva per arrivare ai suoi punti di riferimento teorici quali Gender Trouble (1990) e Corpi che contano (1993) di Judith Butler.

La riflessione di Butler riguarda il potere. Ella individua nell’economia dell’eterosessualità fallica l’atto fondativo dell’ordine simbolico patriarcale, che esercita il suo dominio mediante il potere performativo del linguaggio: la citazione e la ripetizione della norma producono ciò che viene nominato, non si limitano a significarlo.

La critica al soggetto e all’identità ha fra i suoi massimi esponenti Michael Foucault, che ricostruisce una genealogia del soggetto fondata sull’indagine dei suoi processi di costruzione, risalendo fino al “corpo” che egli considera dato per natura e non costruito.

“Ma è in questa apparenza che il regime del potere/discorso è più dissimulato e più insidiosamente efficace. Quando l’effetto materiale è considerato un punto di partenza epistemologico (…), si tratta di una mossa del fondazionismo empirista che, accettando l’effetto costituito come dato primario, riesce efficacemente a nascondere e mascherare la genealogia delle relazioni di potere dalle quali è costruito”[3].

Butler è più radicale di Foucault, e indica nella capacità del discorso dominante di darsi un fondamento materiale, il corpo, la sua mossa più scaltra, perché in grado di celare i processi che portano alla riproduzione dei meccanismi di potere. Ella sostiene la riformulazione della materialità dei corpi come effetto di una dinamica di potere, non è possibile – secondo la studiosa – scindere la materia dei corpi dalle norme che ne regolano la materializzazione e la significazione.

Assumendo criticamente parte del pensiero di Lacan, Butler riconosce nell’identificazione il momento chiave del “processo di assunzione”[4] di un sesso da parte dell’individuo, si tratta però di identificazioni fantasmatiche, instabili, multiple. Il discorso dominante propone delle identificazioni “lecite” – l’uomo e la donna eterosessuali – che conferiscono all’individuo lo statuto di soggetto, e ne rinnega altre, ad esempio la lesbica fallica e il gay effeminato, relegandole al di là dei confini del soggetto. L’insieme delle identificazioni precluse costituisce l’ambito dell’abietto, ovvero il territorio sociale temuto, “inabitabile”. Il soggetto, dunque, “si costituisce attraverso la forza dell’esclusione e dell’abiezione”[5].

La forza del sistema fallologocentrico consta nel suo essere pressoché intrascendibile. Uomo e donna rientrano entrambi nell’economia dell’eterosessualità, sebbene la norma preveda una posizione di subordinazione per quest’ultima, la stessa materialità dei corpi è prodotta dal linguaggio. Al di fuori dell’economia binaria risiede l’abietto, ma questo fuori rientra, in un certo senso, come “fantasma”: i fantasmi dell’abiezione abitano il soggetto in qualità di ripudio originario, sono le tracce lasciate dall’atto violento della formazione del soggetto. Per questa ragione Butler ritiene che il potenziale eversivo dell’immaginario lesbico sia maggiore di quello proprio dell’immaginario materno[6].

Detto ciò è necessario puntualizzare che la strategia eversiva elaborata dalla queer theory non consiste nel privilegiare un’identità esclusa a scapito delle altre, innescando nuovamente una logica di esclusione, quanto nel mettere in crisi i confini fra il dentro e il fuori, destabilizzando i caratteri eterosessuali, maschili, razziali delle identità “legittime”.

Così Cavarero riassume il progetto politico sotteso dal pensiero di Butler:

“La struttura, insomma, deve essere continuamente destrutturata: mediante una proliferazione inarrestabile dei posizionamenti simbolici che apra lo spazio per una democrazia radicale dove nessuna identità sia più fissa e, quindi, normale, normativa, egemone”[7].

 

Cerchiamo ora di precisare quali siano le strategie queer che si prepongono di mettere in crisi il binarismo eterosessista.

 
2.  Il queer, il drag e altre azioni politiche

“(…)il termine queer (strano, strambo, bislacco) era da più di un secolo usato in senso spregiativo per designare una persona omosessuale, ma era già stato ripreso e riscattato dal movimento di liberazione gay e veniva usato con orgoglio da uomini e donne dichiaratamente o apertamente omosessuali.”[8]

De Lauretis presenta il termine queer mettendone immediatamente in evidenza il suo essere in divenire. Da un modo gergale per riferirsi agli omosessuali, a un vero e proprio insulto omofobico, fino ad essere adottato dalla comunità omosessuale stessa, lo si può oggi considerare un “termine ombrello” con cui ci si riferisce sia alle più recenti teorie lesbiche e gay, sia ad una “coalizione di identificazioni sessuali del sé culturalmente marginali”[9]. Il termine queer significa molte cose, non tutte coerenti, è fluido, permeabile, sfuggente. Il suo non essere mai completamente posseduto ne fa uno strumento di critica a tutte quelle identità politicamente utili[10], ma escludenti, che animano l’arena pubblica, fra cui il soggetto omosessuale stesso.

Questa sua funzione potrà svolgerla fintanto che conserverà le peculiarità che abbiamo descritto, dopo di che, scrive Butler:

“Il termine sarà revisionato, dismesso, reso obsoleto fino al punto che soccomberà alle istanze che lo oppongono precisamente a causa delle esclusioni dalle quali è attivato”[11].

Ma le pratiche queer che maggiormente ci interessano per il presente discorso sono quelle legate alle performance teatrali, artistiche, pubbliche, “politiche”. Esse sono spesso caratterizzate da una sorta di fusione, o almeno di non contrapposizione, fra il teatrale e il politico. Teatrali non sono solo gli spettacoli che si svolgono in luoghi preposti ad essere sede di manifestazioni, teatrali sono certe azioni sovversive che richiamano l’attenzione e mettono in discussione il paradigma eterosessuale. Molte sono le associazioni che organizzano manifestazioni, parate, feste non violente volte ad affermare la diversità sessuale e a combattere una lotta contro l’omofobia: kiss-ins, feste o incontri in cui i gay si baciano pubblicamente per farsi riconoscere, l’outing ovvero la dichiarazione pubblica dell’omosessualità di personaggi di rilievo non ancora venuti allo scoperto, addirittura l’iperbole della morte stessa con i die-ins, malati di AIDS che volontariamente scelgono di morire in pubblico, la pratica del cross-dressing, vale a dire feste danzanti in drag, spettacoli butch-femme e drag queen[12].

Queste pratiche rientrano, secondo Butler, nella crescente teatralizzazione della rabbia politica che ha origine dalla reazione al sentimento imposto della vergogna. Il moralismo occidentale, che ha a lungo accusato l’omosessualità di essere una pratica lubrica, più che essersi risolto è slittato trovandosi nuovi alibi. L’AIDS, ad esempio, è origine di vergogna e con esso l’omosessualità, considerata una delle cause della sua diffusione.

Ma il drag è in grado di sovvertire l’imperativo eterosessuale? La studiosa americana prende le distanze da facili ottimismi[13]. Se “la conformità iperbolica al comando può rivelare lo status iperbolico della norma stessa[14]”, ovvero se le performance che esasperano il rispetto delle norme che delineano ciò che è “maschio” e ciò che è “femmina” aiutano a svelare come questi imperativi siano culturali, ciò può non essere sufficiente a sovvertirli.

Il drag potrebbe ridursi ad essere l’allegorizzazione della fondamentale malinconia dell’eterosessualità che, richiedendo che identificazione e desiderio siano mutuamente esclusivi, bandisce il desiderio omosessuale.

3.  Maschere virtuali in comunità immateriali

Il tema dell’identità di genere emerge fin dalle prime ricerche sulle comunità virtuali effettuate da studiose come Sherry Turkle ed Elizabeth Reid. Tali studi erano per lo più descrittivi, ricerche etnografiche che non tardarono a rivelare una delle possibilità più interessanti del cyberspazio: in una situazione in cui il corpo “reale” non è visibile e si vive una condizione di anonimato, i soggetti tendono a sperimentare la possibilità di dar vita ad identità multiple. Questo fenomeno è stato approfondito dalle autrici lungo il loro percorso di ricerca che, seppur non guidato da direttrici espressamente femministe, le ha portate ad individuare gli aspetti della vita sullo schermo interessanti per il discorso sul genere.

Elizabeth Reid, già in Identity and the Cyborg Body[15], mette in luce l’importanza che al genere viene attribuita nelle dinamiche interne ai MUD. Ogni partecipante deve creare un proprio personaggio scrivendone una descrizione, scegliendogli un nome e assegnandogli necessariamente un genere[16], mentre può omettere molte altre variabili sociali (razza, religione, classe). Inoltre, osservando le interazioni fra i personaggi dei MUD, ella rileva che molta parte dei discorsi in fase di conoscenza sono orientati a scoprire il genere “reale” dell’interlocutore e a convincerlo della veridicità del proprio.

Anche Sherry Turkle, analizzando una lunga serie di casi di gender-swapping[17]nelle comunità virtuali su cui lavora, evidenzia più volte “le potenzialità dei MUD come nuovi palcoscenici per lavorare sulle politiche riguardanti l’identità sessuale”, strumenti con cui “poter pensare e considerare la costruzione sociale dei sessi”[18].

Diverse ricerche successive mettono più esplicitamente in relazione la queer theory con l’esperienza vissuta come personaggi nelle comunità virtuali. In Text as Mask: Gender, Play and Performance on the Internet[19] Brenda Danet argomenta la rilevanza delle comunità virtuali come terreno d’indagine per gli studi di matrice queer, constatando come molte persone che mai sono state interessate prima ad una pratica di cross-dressing, stiano sperimentando l’identità di genere mediante gli incontri “testuali” su Internet.

Più specificamente rivolto all’analisi dei possibili risvolti che la pratica del “sesso virtuale” può avere per le politiche dell’identità, è il lavoro di Shannon McRae[20]. A proposito degli innumerevoli fenomeni di gender-crossing che si verificano in rete, scrive l’autrice:

“If boys can be girls and straights can be queers and dykes can be fags and two lesbian lovers can turn out to both be men in real life, then “straight” or “queer”, “male” or “female” become unreliable as markers of identity. It is not so much that gender roles or sexual preferences actually change as that cross-gender role play troubles the link between gender and desire, from wich we, unquestioningly, construct our identities as sexual beings.”[21]


Secondo McRae, giocare con il proprio genere on-line non è un’attività così eversiva come può esserlo sperimentarsi in performance drag nella vita reale e non porta quasi mai al cambiamento delle proprie preferenze sessuali, tuttavia, è un’attività che può contribuire a smascherare la falsa “naturalità” del legame fra genere e desiderio.

Proprio i meccanismi della costruzione del desiderio sono al centro degli studi di A.R. Stone che individua nei MUD un luogo d’indagine d’elezione per la sua ricerca. La comunicazione testuale che avviene nelle comunità virtuali è una comunicazione a banda ridotta e come tale necessita di essere “integrata” con le fantasie, le interpretazioni, l’immaginazione degli interlocutori, il desiderio viene teorizzato come risposta ad un’assenza percepita[22].


NOTE

[1] T. De Lauretis, Soggetti eccentrici, Feltrinelli, Milano, 1999, p. 104-106.
[2] Una buona parte della queer theory porta avanti il suo discorso da una prospettiva femminista. La stessa Butler è una delle esponenti più eminenti del femminismo postmoderno.
[3] J. Butler, Corpi che contano. I limiti discorsivi del “sesso”. Feltrinelli, Milano, 1996, p. 30.
[4] Parlando di processo di assunzione operiamo una forte semplificazione. Secondo Butler non esiste un soggetto volontarista che subisce o si appropria di una norma, è piuttosto l’“io parlante” che si forma durante il processo di assunzione del sesso.
[5] J. Butler, Corpi che…, cit., p. 3.
[6] L’immaginario lesbico abita la zona dell’abiezione, incarna le possibilità precluse, il desiderio proibito, mentre il materno, seppur in relazione dialettica rispetto al maschile, rimane inscritto nell’economia binaria dell’eterosessualità e, perciò, nella liceità.
[7] F. Restaino, A. Cavarero, Le filosofie femministe, Paravia, Torino, 1999, p. 157.
[8] T. De Lauretis, Soggetti…, cit., p. 104.
[9] Per una riflessione sull’uso del termine queer si veda l’articolo: A. Jagose, Queer Theory, reperibile in Internet all’indirizzo http://www.lib.latrobe.edu.au/AHR/archive/Issue-Dec-1996/jagose.html e tratto dal saggio A. Jagose, Queer Theory, University of Melburne Press, 1996.
[10] Una delle questioni aperte del femminismo contemporaneo è relativa alla necessità di conciliare l’esigenza di affermarsi come soggetto politico e la volontà di non riprodurre i meccanismi di esclusione su cui si fonda il fallologocentrismo. Il cyborg di Haraway, il soggetto nomade di Braidotti, l’eccentrico di De Lauretis sono solo alcuni dei tentativi di risposta a questo problema.
[11] J. Butler, Corpi che…, cit., p. 171.
[12] Per cross-dressing s’intende il travestimento con abiti tipici del genere opposto. Drag è un’espressione colloquiale per indicare gli abiti dei travestiti. Durante le feste in drag si gioca con la propria immagine di genere travestendosi, in modo eccessivo e spettacolare.
Butch in inglese significa mascolino, maschiaccio e femme donna, moglie ma nel gergo relativo all’omosessualità per butch e femme s’intendono rispettivamente la lesbica mascolina e la lesbica femminile; drag queen sono invece uomini travestiti che indossano abiti femminili e trucchi vistosi parodiando spesso personaggi famosi o regine vere e proprie. L’obiettivo di questi spettacoli a tematica gay, sia i butch/femme che i drag queen, è per lo più di giocare col genere sfatando così l’immagine stereotipata di maschilità e femminilità.
[13] Ma anche da critiche estreme. La posizione di Butler nei confronti del drag è in posizione dialettica rispetto a quella corrente delle femministe radicali che considerano il drag offensivo per le donne perché pratica imitativa fondata sul ridicolo e la degradazione.
[14] J. Butler, Corpi che…, cit., p. 179.
[15] E. Reid, Identity and the Cyborg Body, capitolo 3 della tesi di laurea Cultural Formations in Text-Based Virtual Realities, Cultural Studies Program, Department of English, Università di Melbourne, Gennaio 1994. Reperibile in rete all’indirizzo http://www.rochester.edu/College/FS/Publications/ReidIdentity.html.
[16] La descrizione è libera, mentre l’assegnazione del genere è richiesta esplicitamente durante il processo di creazione di un personaggio. Molti MUD, tuttavia, danno la possibilità di scegliere anche fra quattro o più generi: uomo, donna, neutro, entrambi e altri ancora.
[17] Le espressioni gender-swapping, gender-crossing e gender-bending designano le performance (in genere sessuali) in cui il soggetto “interpreta” un personaggio di genere opposto al proprio.
[18] S. Turkle, La vita sullo schermo. Nuove identità e relazioni sociali nell’epoca di Internet, Apogeo, Milano, 1997, p. 321 e p.317.
[19] B. Danet, Text as  Mask: Gender, Play and Performance on the Internet, In Cybersociety 2.0: Revisiting Computer-Mediated Communication and Community, a cura di Steven G. Jones, SAGE Publications, 1998.
[20] S. McRae, Flesh Made World. Sex, text and the virtual body, In Internet Culture, a cura di David Porter, Routledge, New York e Londra, 1997.
[21] Ibidem, p. 79-80.
[22] A.R. Stone, Desiderio e tecnologia. Il problema dell’identità nell’era di Internet, Feltrinelli, Milano, 1997, p. 112-113.

Sandy Stone: Will the real body please stand up?
 

Stone focalizza il suo studio sulle comunità virtuali nella convinzione che esse agiscano come potenti apparati per la produzione di comunità e per la produzione di corpi.

1.    Significato e storia delle comunità virtuali

      Le comunità virtuali non sono peculiari dell’era elettronica: ciò che le definisce (oltre alla lontananza, alla mancanza della presenza fisica) è il loro costituirsi attorno ad un TESTO che incarna, organizza, forma lo spirito e gli ideali della comunità.
      Stone traccia una breve storia delle comunità virtuali, dividendola in quattro capitoli.
      Epoca uno: I testi. Boyle e la prima comunità scientifica . Viene messa in evidenza la capacità del testo, scientifico o di finzione, di creare la comunità, creando, organizzando e controllando saperi, abitudini e idee.
      Epoca due: Comunicazione elettronica e media d’intrattenimento (XX secolo e oltre). Con i mass media si comincia a pensare la "presenza" in modo diverso.
      Epoca tre: Tecnologia dell’informazione. Le BBS. Il computer, il digitale, cambia l’idea di testo che costituisce la comunità: da testo chiuso e lineare a spazio testuale interattivo e consensuale
      Epoca quattro: Realtà virtuale e cyberspazio. Importanza di Neuromante: il romanzo di Gibson cristallizza l’immaginario fantascientifico in un nuovo paradigma all’interno del quale si costituisce la nuova comunità virtuale dei ricercatori e degli ingegneri informatici. Nasce la nuova realtà del cyberspazio con i suoi nuovi aspetti e nuovi interrogativi vengono posti: identità, genere, corpo….

      
   
2.    Dualismo tra corpo e soggetto

      Stone ripercorre la storia del progressivo allontanarsi del soggetto dalla sua corporeità. Riprende le riflessione di Frances Barker (The Tremulous Private Body, 1984) sulla privatizzazione del corpo nella seconda metà del XVII secolo. Da questo momento in poi il corpo e il soggetto, che Cartesio aveva già definitivamente separato, cessano di occupare lo spazio dello spettacolo pubblico e si privatizzano. Nasce l’individuo, il privato, il personale. Il soggetto si rinchiude sempre più in se stesso e diventa "testo". Corpo e soggetto si nascondono così sempre di più, diventano sempre più invisibili e ripiegati su se stessi. Il corpo nascosto sotto i vestiti della nuova moda, o tra le mura della privacy domestica, il soggetto nascosto nel testo.
      Il corpo negato, nascosto, ormai non più corpo, ma carne, diventa utile materia prima da utilizzare nel lavoro (e il corpo così inteso, ridotto a materia bruta, sarà il motore della imminente rivoluzione industriale). Il soggetto, al contrario, si rifugia nella trascendenza e nell’incorporeità del testo perdendo sempre di più fisicità.

3.    Il corpo nel cyberspazio

      "Se l’età dell’informazione è un’estensione dell’età industriale, il divario corpo-soggetto dovrebbe aumentare e radicalizzarsi. Invece nella quarta epoca il divario nello stesso tempo si acuisce e scompare". All’interno del nuovo paradigma tecnologico del cyberspazio le categorie analitiche con cui siamo abituati a distinguere il biologico e il tecnologico, il naturale e l’artificiale, l’umano e il meccanico, non sono più affidabili.
      Con le nuove tecnologie sembra ci possano essere le premesse per ripensare seriamente la corporeità in modo diverso, per non ricadere nella storica dimenticanza del corpo che ha caratterizzato l’Occidente. Il rischio che questa mossa si riproponga è evidente nelle assunzioni e nelle fantasie incorporee che circolano tra gli ingegneri del Cyberspazio e della realtà virtuale. Essi fanno spesso riferimento alla grande libertà corporea che le nuove tecnologie offrono, intendo per "libertà corporea" una eccitante "libertà dal corpo". Il desiderio di liberarsi del corpo, riconoscibile anche in molti altri atteggiamenti che circolano riguardo cyberspazio, si ricollega all’ansietà maschile per il controllo, al desiderio di potere assoluto.

4. Corpi illeggibili, ma sempre corpi
     
 "Non importa quanto virtuale il soggetto possa diventare, c’è sempre un corpo attaccato. Può essere da qualche altra parte – e questo "qualche altra parte" può essere una posizione di osservazione privilegiata – ma la coscienza rimane sempre incarnata nel fisico".
      Stone ribadisce l’importanza di considerare il soggetto come soggetto incarnato, come legato indissolubilmente al corpo, anche nel cyberspazio: "storicamente il corpo, la tecnologia, la comunità si costituiscono vicendevolmente".
      I suoi "corpi illeggibili" sono una proposta per pensare ad un nuovo tipo di corporeità. Stone fa esplicito riferimento al corpo culturalmente intelligibile della Butler , i "criteri e i modi (incluse le inscrizioni su o nel corpo) che ogni società utilizza per produrre corpi che possa riconoscere come suoi membri" e che lei definisce corpo leggibile. Il corpo illeggibile è, al contrario, un corpo che sfugge al riconoscimento della società, un "soggetto ai confini". Qui il riferimento è alla Mestiza di Gloria Anzaldùa, descritta come "molteplicità di interessi frequentemente in conflitto. Non c’è nessuna posizione all’interno della cornice della società che ne costituisca un’adeguata descrizione". Mestiza può suggerire una nuova corporeità all’interno della quale pensare anche i soggetti (corpi) che popolano il cyberspazio.
      Ancora, nella conclusione, la necessità di ribadire il radicamento nel corpo: "Cito le parole di una persona specifica, come modo per tenere la discussione radicata in corpi individuali: le parole di Paul Churchland che si riferiscono alle "creature biologicamente situate" che tutti noi siamo. Il lavoro della scienza riguarda i corpi, non in senso astratto, ma nel modo mutevole e complesso con cui manifestiamo noi stessi come essere sociali e fisici, vulnerabili alle potenti conoscenze che ci circondano e agli effetti dei discorsi scientifici e tecnologici che adottiamo e adoperiamo.
      Bisogna essere particolarmente consci di questo, poiché la maggior parte del lavoro dei ricercatori del cyberspazio assume che il corpo umano sia solo "carne" – obsoleta, visto che ormai la coscienza stessa può essere caricata nella rete. Gli sviluppatori del cyberspazio predicono un mondo in cui sarà possibile dimenticarsi del corpo. Ma è importante ricordarsi che le comunità virtuali si originano e nella fisicità, e alla fisicità devono ritornare. Nessun corpo virtuale, non importa quanto stupendo, rallenterà la morte di un cyberpunk con l’AIDS. Anche nell’epoca del soggetto tecnosociale, la vita è vissuta attraverso i corpi.
      Dimenticarsi del corpo è un vecchio trucco cristiano, che ha spiacevoli conseguenze per quei corpi il cui discorso è impedito dall’atto di questa dimenticanza; quei corpi sul lavoro e sulla sofferenza dei quali l’atto della dimenticanza è fondato, normalmente donne e minorenni. La dimenticanza può diventare però anche potente strategia, come propone Haraway: attraverso la dimenticanza, ciò che è già stato costruito diventa qualcosa che può essere riscoperto in modo differente. Ma come ogni strategia potente e produttiva, anche questa ha i suoi rischi. Ricordare – riscoprire – che i corpi e le comunità si costituiscono a vicenda suggerisce una serie di questioni e dibattiti per le comunità virtuali."


IL CYBERFEMMINISMO

— Inviato da flat @ 01:31

Da: http://www.tramanti.it/conten/testi/cyberfemm/femmcyb_intro.htm

Femminismo e nuove tecnologie: il nesso
 
Che senso ha mettere in relazione le istanze del femminismo contemporaneo con un concetto apparentemente vago quale quello di “nuove tecnologie”? In che senso può giovare alle politiche femminili e femministe una riflessione sul cyberspazio e sulle nuove frontiere raggiunte dalla scienza?
Indice
 
Il contesto
La Postmodernità. L’epoca della crisi delle grandi narrazioni dell’Occidente che ha avuto origine, fra l’altro, dalla fine dell’imperialismo europeo, e dall’affermarsi del sistema dei mass media prima e delle nuove tecnologie dell’informazione poi. Un simile contesto ha generato una sorta di caos più a livello epistemologico che materiale. Un caos fecondo in cui, secondo i teorici del post-modernismo, risiede il potenziale liberatorio della nostra era. Un contesto che può offrire spazio ai dialetti, ai margini, ai discorsi delle minoranze che, fin’ora, non hanno avuto voce. Un momento di possibili ricollocazioni per soggettività differenti da quella dominante in epoca moderna, individuato da molte teoriche femministe come un possibile punto di svolta, un treno da non perdere.
Indice
 
Le nuove tecnologie
Un discorso sulle nuove tecnologie è dunque un discorso sulla genesi e sul tessuto della società contemporanea. Ma il concetto di nuove tecnologie comprende realtà sensibilmente eterogenee che coinvolgono la riflessione femminista su temi anche distanti fra loro.
Il Cyberspazio è l’ambito al quale dedicheremo maggiore attenzione. Abbracciamo la definizione di Cyeberspazio come di uno spazio sociale altamente conflittuale in cui coesistono e si intrecciano discorsi molteplici. Uno spazio sociale in cui i soggetti vivono, comprano, si relazionano, sperimentano identificazioni, mettono in comune esperienze e saperi. Ma anche uno spazio conflittuale, in cui le forze in gioco sono i poteri forti che lo hanno prodotto e tutti quei soggetti che entrano in rapporto dialettico con questi per ottenere visibilità e fondarne il senso. In questo contesto è fondamentale, per le donne, essere soggetti attivi, che concorrono alla significazione di uno spazio che sta rischiando di divenire l’ennesima colonia del patriarcato capitalista bianco.
 
La ricerca contemporanea ha concentrato enormi risorse anche nel campo delle bio-tecnologie. La mappatura del genoma umano, la procreazione assistita, l’ingegneria genetica rappresentano le frontiere della scienza odierna e aprono grandi contraddittori in seno alla critica femminista. Tali ricerche, infatti, agiscono in direzione del controllo del sé corporeo, istituiscono un nuovo significante universale, il genoma, attraverso cui spiegare l’”essenza” del soggetto, fondono il tecnico con l’organico al fine di potenziare le capacità del corpo verso una sorta di “ibrido bionico”, coinvolgono la donna in modo particolare perché ampliano le possibilità della riproduzione, manipolano la fecondazione e addirittura poterbbero sollevare la madre dall’onere della gestazione. Le filosofe moderniste vedono nelle tecnologie di riproduzione un tentativo di espropriazione da parte del patriarcato di ciò che di esclusivo c’è nell’essere donna; mentre le cyberfemministe hanno sviluppato un approccio pro-tecnologico ed individuano in tali tecnologie la possibilità di liberarsi dagli imperativi biologici della maternità.
 
Ma esse vanno oltre, cercando di ripensare la scienza attuando una critica radicale all’idea di ragione, storicamente e strutturalmente legata al dominio e alla mascolinità e proponendo una nuova dottrina dell’oggettività femminista: i saperi situati.

Ripensare il soggetto femminista: il cyborg.
In un contesto in fieri, permeato dalla tecnologia e dall’immaginario che ne deriva, il femminismo contemporaneo avverte la necessità di ridefinire se stesso, il proprio modo di essere soggetto politico, la propria epistemologia. Fondamentale, in questo senso, l’opera di Haraway che ha compreso l’urgenza di creare un nuovo linguaggio per poter pensare il mondo in modo differente. Contribuisce a questo processo inventando figurazioni (il cyborg è la più celebre ed emblematica) che permettano di scardinare i dualismi del pensiero fallologocentrico. Il cyborg è infatti l’ibrido per eccellenza, riassume e confonde le opposizioni alla base della nostra cultura: natura/cultura, organico/meccanico, femminile/maschile…
 
Lo sguardo politico
Prendendo a riferimento le tre differenti prospettive in cui si articola la teoria femminista (teorie dell’uguaglianza, della differenza, della decostruzione), cercheremo di capire quali realtà presenti nel cyberspazio, o legate alle nuove tecnologie in generale, possano essere viste come strumentali agli obiettivi che il femminismo si prepone.
Quali sono gli spazi della rete nati per supportare il percorso femminile verso l’emancipazione? Tutti quei siti nati per incrementare la parità dei diritti e delle opportunità, da quelli che svolgono un servizio puramente informativo (istituzioni per le donne, concorsi, leggi), a quelli che supportano iniziative concrete (la banca del tempo, ad esempio), dai siti di denuncia sociale a quelli di sostegno a campagne di sensibilizzazione a livello globale.
Ci sono poi spazi dedicati alla definizione di una cultura femminile che è sempre esistita, anche se messa a tacere per lungo tempo? Siti che danno voce al femminile e alle sue produzioni artistiche e culturali?
E infine, in un ottica post-moderna, in che senso il cyberspazio può essere un luogo privilegiato per la sperimentazione di nuove identificazioni per il soggetto donna? Per la decostruzione di quel significante-donna che discende dal paradigma patriarcale?
 
I rischi
Se da un lato le nuove tecnologie appaiono gravide di opportunità, dall’altro non sono esenti da pericoli ed esclusioni. Molti sono i fattori che limitano la democraticità del cyberspazio, ad esempio, accesso, predominanza della lingua inglese, know-how tecnologico, omologazione culturale di matrice americana, visibilità, comportamenti scoraggianti nei confronti delle donne o delle minoranze in genere…
Un’analisi delle possibilità che le nuove tecnologie offrono non può prescindere da uno sguardo attento sui rischi e le discriminazioni cui potenzialmente si accompagnano.


Cyberfemminismo: verso una definizione

Il cyberfemminismo è un fenomeno recente ed eterogeneo tanto da sfuggire a facili tassonomie. Ci proponiamo di realizzare un breve itinerario per analizzare il termine cyberfemminismo e il suo significato e per esplorare la nascita del movimento attraverso le definizioni che di esso hanno dato le sue iniziatrici e le prime studiose che se ne sono interessate.

 
Il termine Cyberfemminismo, genesi e significato

Il neo-logismo cyberfemminismo ha origine incerta. Kira Hall[1] sostiene che diverse teoriche siano arrivate a farne uso in modo autonomo l’una dall’altra. Le artiste di VNS Matrix lo adottarono nel 1991 per denominare il secondo lavoro del gruppo, il Cyberfeminist Manifesto for 21st Century[2], un’opera provocatoria e “al femminile” volta a delineare l’intento politico e di rottura del collettivo e a sottolineare l’atteggiamento di assoluto non vittimismo che lo contraddistingueva. Sadie Plant parlò di cyberfemminismo, indipendentemente dal VNS Matrix, in una serie di brevi articoli pubblicati intorno al 1993, considerandolo sia da un punto di vista filosofico che di attivismo politico. Come essa stessa puntualizza in un’intervista:

  “I started using the word quite indipendently of any other use I’d come across. I’d never seen the word used before. Cyberfeminism to me implies an alliance between women, machinery and new technology that women are using”.[3]

Già da questa breve affermazione è possibile ravvisare il carattere tendenzialmente utopistico dell’analisi che Plant fa della relazione esistente fra donne e tecnologie.

Fu solo nel 1994 a Londra, durante la conferenza “Seduced and Abandoned: The Body in the Virtual World”, che il termine cyberfemminismo venne introdotto nel dibattito accademico ufficiale; in quell’occasione se ne parlò come di una derivazione del “cyborg feminism” proposto da Donna Haraway nel Manifesto Cyborg, edito per la prima volta nel 1991 negli Stati Uniti. Dall’inizio degli anni novanta ad oggi parecchie studiose hanno contribuito ad accrescere la popolarità del neo-logismo in questione, diventato ormai di uso comune negli ambiti accademici connessi agli Women’s Studies.


Ma cosa s’intende per cyberfemminismo?

Il termine è frutto della fusione di cyber e feminism. Se sul significato di feminism, femminismo, non ci soffermiamo oltre, un po’ d’attenzione è opportuno rivolgerla al prefisso cyber, che deriva dal greco kybernàn e sta per pilotare; esso evoca una serie di neo-logismi quali cybernetics, cyberpunk e cyberspace[4] che rimandano ad ambiti cui il cyberfemminismo è connesso. Cybernetics è il termine che indica la scienza delle macchine capaci di autoregolarsi e ci introduce nell’ambito delle tecnologie avanzate, dello studio dell’intelligenza artificiale e di una sorta di potenziale permeabilità fra l’essere umano e la macchina intelligente. Fantasie di continuità fra il mondo virtuale e quello cerebrale sono al centro della letteratura cyberpunk, che, negli anni ottanta, ha rivoluzionato il genere fantascientifico. William Gibson, uno dei padri di questa corrente letteraria, ha reso celebre il termine cyberspace che, evinto dall’ambito scientifico in cui è nato, è servito all’autore per denominare le “autostrade telematiche” su cui viaggiavano i suoi futuristici cowboy. Per cyberspazio oggi s’intende quello spazio virtuale che sta dietro lo schermo e in cui si svolgono le operazioni che eseguiamo coi nostri terminali, sia quelli dei pc, sia quelli che si trovano negli sportelli del Bancomat, delle informazioni ferroviarie, eccetera, lo spazio in cui sono “collocate” le risorse a cui accediamo navigando in Internet, in cui viaggiano i messaggi di posta elettronica, in cui si svolgono le conversazioni mediate dal computer.

È facile intuire come il cyberfemminismo abbia a che fare con il femminismo e con le nuove tecnologie. Nel saggio introduttivo all’edizione italiana del Manifesto Rosi Braidotti scrive:

“Cyber feminism è il movimento di pensiero, ma anche di attività politica, che si situa nelle nuove frontiere del cyberspazio e cerca di utilizzare le nuove tecnologie a favore delle donne”[5].

E, potremmo aggiungere, di tutte le minoranze discriminate. Partiamo da questa definizione perché, nella sua genericità, traccia confini estesi e permeabili in grado di comprendere le diverse realtà che rientrano nel discorso cyberfemminista e che cercheremo di esplorare lungo il nostro percorso. Essa include l’attività politica a favore delle donne: ovvero tutte quelle forme di confronto, diffusione di informazioni, formazione (in ambito tecnologico ma non solo), sensibilizzazione dell’opinione pubblica, che eleggono il cyberspazio a campo d’azione privilegiato; e, ancora, include il movimento di pensiero, cioè tutto il lavoro teorico che le donne stanno tessendo intorno al tema delle nuove tecnologie, la valutazione delle opportunità che offrono, dei rischi di esclusione che comportano, l’individuazione dei nodi teorici che chiamano in causa, ma anche il lavorio simbolico prodotto dalle donne che in rete esibiscono arte e sperimentano identità e scenari alternativi.

 

Il First Cyberfeminist International: il movimento rifiuta di definirsi  

The First Cyberfeminist International, che si tenne a Kassel, Germania, dal 20 al 28 settembre 1997, parte dell’Hybrid Workspace at Documenta X, fu una delle prime occasioni in cui le cyberfemministe della prima ora ebbero modo di incontrarsi, confrontarsi ed avviare un discorso su cosa fosse quel movimento cyberfemminista di cui, ciascuna a modo suo, dicevano di sentirsi parte. L’evento coinvolse 38 donne provenienti da 12 stati[6] e fu organizzato dal gruppo di attiviste che aveva fondato a Berlino, nella primavera dello stesso anno, l’Old Boys Network[7], un sito cyberfemminista animato dall’intento di fornire spazi virtuali (liste di discussione, articoli disponibili sul sito, rete di connessioni con altri siti affini) ma anche fisici (organizzazione di incontri) in cui studiose, artiste e attiviste cyberfemministe potessero svolgere ricerca, confronto e sperimentazione.
Durante gli interventi, i progetti web e i workshop del First Cyberfeminist International furono trattati i temi caldi del cyberfemminismo, fra i quali: la costruzione di identità alternative in Internet e la rappresentazione che le donne danno di sé mediante gli avatar, le teorie relative alla visibilità della differenza sessuale nella rete, l’hacking, la pornografia al femminile e il cybersex, le strategie per combattere gli stereotipi, l’essenzialismo e le rappresentazioni sessiste delle donne, l’analisi dei progetti artistici femministi con fini politico-strategici, i modelli alternativi per la formazione tecnologica, le proposte per sostenere e organizzare progetti femministi di networking nei diversi stati.

Uno degli argomenti di discussione che coinvolse a lungo le partecipanti dell’incontro di fu relativo alla possibilità di dare una definizione, o meno, del movimento cyberfemminista. Si arrivò alla conclusione che il cyberfemminismo potesse essere definito solo per negazione e non con improduttive ed escludenti spiegazioni. In quell’occasione non venne redatto alcun manifesto programmatico ma si individuarono le 100 antitesi del cyberfemminismo, ovvero una lunga lista di affermazioni su ciò che il cyberfemminismo non è. Ne riportiamo alcune:

 
“2. cyberfeminism is not a fashion statement

18. cyberfeminism is not an ism

19. cyberfeminism is not anti-male

22. cyberfeminismo no es uns frontera

26. cyberfeminism is not separatism

27. cyberfeminism is not a tradition

30. cyberfeminism is not without connectivity

49. cyberfeminism is not solid

50. cyberfeminism is not genetic

72. cyberfeminism is not neutral

79. cyberfeminism is not science fiction

81. cyberfeminism is not an empty space

88. cyberfeminism is not a non-smoking area

92. cyberfeminism is not lady.like

98. cyberfeminism is not dogmatic

100. cyberfeminism has not only one language”[8]

vedi : http://www.obn.org/cfundef/100antitheses.html

 
Da una riflessione su queste affermazioni emergono, al di là del tono a volte divertito, provocatorio, volutamente contraddittorio, alcune peculiarità dei gruppi cyberfemministi attivi in Internet. Il cyberfemminismo non è un “ismo”, non è “dogmatico” e non è “neutrale” si pone criticamente nei confronti delle grandi narrazioni essenzialistiche dell’epoca moderna. Il cyberfemminismo non è una “signora” o “un’area per non fumatori”, potremmo dire “non è educato”, alcuni di questi gruppi infatti fanno dell’ironia, della parodia, della provocazione strategie per contrastare gli stereotipi relativi alle donne e al loro rapporto con le tecnologie. Il cyberfemminismo poi “non parla una sola lingua”, travalica le frontiere geografiche ma non solo, le molte lingue appartengono forse alle realtà eterogenee che esso comprende evitando, appunto, di definirsi positivamente, preferendo accogliere la pluralità come ricchezza. E ancora, il cyberfemminismo non è “anti-maschio”, non è “tradizione” e non è “separatismo” queste negazioni evidenziano una presa di distanza dal femminismo tradizionale e dalle sue crociate.

Definirsi per essere soggetto politico

Ma un non-soggetto, quale si descrisse il movimento cyberfemminista per voce di alcune sue rappresentanti, ha davvero visibilità e voce nel dibattito politico, sociale e culturale in atto? Il rifiuto a definirsi finisce per essere anche un rifiuto a collocarsi e, di conseguenza, ad essere un soggetto politico a tutti gli effetti.

Faith Wilding, un’artista del multi-media e scrittrice americana che partecipò al First Cyberfeminist International, comprese questo problema e prese le distanze dall’atteggiamento di rifiuto ad autodefinirsi emerso durante l’incontro di Kassel in un articolo uscito dopo il congresso:

“While refusing definition seems like an attractive, non-hierarchical, anti-identity tactic, it in fact plays into the hands of those would prefer a net quietism: Give a few lucky women computers to play with and they’ll shut up and stop complaining”.[9]


La Wilding si sofferma sui rischi a cui può portare l’atteggiamento eccessivamente autoreferenziale assunto durante le teorizzazioni sull’impossibilità, per il movimento cyberfemminista, di darsi delle coordinate “positive”. Mentre ci si perde nel tentativo teorico di non creare esclusioni mediante l’uso, o meno, di definizioni si sta combattendo la lotta per l’accesso e la colonizzazione delle risorse informatiche. Il computer e la rete non sono per tutti, e nello stesso tempo sono strumenti di potere e di sapere. Essi offrono al cyberfemminismo l’opportunità di rivolgersi ad un pubblico trans-nazionale e possono essere una possibile via d’accesso al discorso politico femminista. Ma ogni forma di comunicazione, quella politica in particolare, necessita di un mittente e di un destinatario e di informazioni contestualizzate.

“(Self)defintion can be an emergent property that arises out practice and changes with the movement of desire and action. Definition can be fluid and affirmative – a declaration of strategies, actions, and goals. It can create crucial solidarity in the house of difference – solidarity, rather than consensus – solidarity that is a basis for effective political action”[10].

Una definizione, seppur fluida e permeabile, è un punto di partenza fondamentale per la realizzazione di un’azione politica concreta. Definirsi mediante obiettivi, strategie e azioni condivise serve a creare solidarietà fra le parti in gioco e ad assumere la forma di soggetto collocato, attivo, “parlante”.


 
NOTE


[1] K. Hall, Cyberfeminism, in Computer-mediated communication. Linguistic, social and cross-cultural perspectives, edited by Susan C. Herring, John Benjamins Publishing Company, Amsterdam/Philadelphia, 1996, p.168.
[2] VNS Matrix fu un collettivo australiano che si occupò di arte multimediale dal 1991 al 1997. Era formato da quattro artiste: Josephine Starrs, Francesca da Rimini, Julianne Pierce e Virginia Barratt, che lasciò il gruppo nel 1996. Su Internet è possibile vedere il Cyberfeminist Manifesto for 21st Century all’indirizzo http://sysx.org/vns/.
[3] Questa affermazione è tratta da un’intervista rilasciata da Sadie Plant a RosiX, reperibile nel sito d’arte digitale http://rorschach.test.at/, all’indirizzo http://rorschach.test.at/mindflux/mv2-articles/nutek.html.
[4] Per un’approfondimento sulle definizioni relative alla terminologia legata al cyberfemminismo si veda R. Braidotti, La molteplicità: un’etica per la nostra epoca, oppure meglio cyborg che dea, introduzione a D. Haraway, Manifesto Cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Feltrinelli, Milano, 1995, p. 11-12.
[5] Ibidem, p. 12.
[6] La lista completa delle partecipanti, provenienti per lo più da Australia, Stati Uniti, diversi stati europei e alcuni paesi dell’est, è disponibile sul sito delle Old Boys Network all’indirizzo Internet http://www.obn.org/kassel/participants.htm. Esplorando i siti di ciascuna delle donne presenti all’incontro di Kassel si scopre che esse sono per lo più artiste, studiose, professioniste nell’ambito delle nuove tecnologie dell’informazione, che hanno aperto spazi in Internet per esibire nuove forme artistiche, per creare spazi di confronto e sensibilizzazione sullo stato d’emancipazione delle donne, per alimentare la discussione sulle nuove forme di femminismo che si stanno affermando.
[7] L’Old Boys Network fu fondato da Susanne Ackers, Julianne Pierce, Valentina Djordjevic, Ellen Nonnenmacher e Cornelia Sollfrank ed è tutt’ora attivo e reperibile all’indirizzo Internet http://www.obn.org/.
[8] La lista completa delle 100 antiesi del cyberfemminismo è consultabile sul sito delle Old Boys Network all’indirizzo Internet http://www.obn.org/cfundef/100antitheses.html.
[9]  F. Wilding, Where is Feminism in Cyberfeminism?. L’articolo è reperibile in Internet all’indirizzo http://www-art.cfa.cmu.edu/www-wilding/wherefem.html.
[10] Ibidem.



Le radici del Cyberfemminismo: dal postmoderno al cyberpunk.

Il cyberfemminismo è un movimento eterogeneo e di recente formazione. Non ha un manifesto programmatico unitario, non ha dei dogmi a cui rifarsi e neppure pochi obiettivi comuni da perseguire a denti stretti. Ma su cosa si concentra, dunque, la riflessione teorica cyberfemminista?

Il discorso cyberfemminista non è originale nei suoi presupposti teorici quanto nel territorio che sceglie di esplorare: il cyberspazio. Ciò significa che il corpus teoretico e politico del movimento è opera di studiose, attiviste e artiste di estrazione eterogenea, che assumendo prospettive anche dissonanti si confrontano con le nuove tecnologie della comunicazione cercando di individuarne le valenze a favore delle donne.

Per questa ragione inizieremo ad indagare la teoria cyberfemminista partendo dai paradigmi teorici che la caratterizzano. I temi chiave del pensiero femminista postmoderno, le questioni affrontate dalla queer theory, le problematiche individuate da Haraway, le correnti che costituiscono la cyber theory, i temi d’interesse del cyberpunk politico e il denso immaginario prodotto dal cyberpunk letterario. Questo primo percorso non si focalizza sulle singole ricerche che sono state portate avanti in campo cyberfemminista ma tratteggia il contesto culturale in cui il movimento si colloca.


Cyberpunk e Cyberfemminismo

 
1. Il cyberpunk come fenomeno letterario

2. Il cyberpunk come movimento politico

3. Cyberpunk, postmoderno e femminismo cibernetico


Alcuni studiosi considerano il cyberfemminismo una manifestazione del cyberpunk. Secondo la definizione allargata di cyberfemminismo da cui abbiamo scelto di partire, questa relazione fra i due fenomeni risulta quantomeno riduttiva. Marcatamente cyberpunk sono i gruppi di attiviste cyberfemministe che si collocano nell’area net-utopica e le cyber-grrl che animano siti, magazine, portali on-line; di tutt’altra estrazione socio-culturale sono invece alcune delle teoriche che pure contribuiscono all’evoluzione e alla riflessione sulle tematiche cyberfemministe e molte donne che operano in rete per la diffusione della cultura femminista e tecnologica. Fatta questa puntualizzazione, un quadro complessivo su cosa sia il cyberpunk ci è indispensabile per due ragioni: da un lato la cultura cyberpunk ha condizionato i temi di riflessione e le modalità di azione di alcuni gruppi cyberfemministi e dall’altro ha fornito un bacino di immagini, figurazioni, atmosfere da cui hanno attinto le studiose impegnate a regalare al femminismo postmoderno un nuovo apparato simbolico.

Il termine cyberpunk si riferisce sia al movimento letterario nato negli anni ottanta come evoluzione del genere fantascientifico, sia ad un movimento politico che si prepone di salvaguardare la democrazia telematica e il libero accesso alle risorse disponibili in rete.

 
1. Il cyberpunk come fenomeno letterario

“Cosa accade alla fantascienza quando il futuro si fa cupo?”[1] Ken MacLeod ci risponde che negli anni sessanta dalla fantascienza classica, solita raccontare di conquiste spaziali e rosei futuri ipertecnologici, nacque la New wave degli scrittori, Ballard, Moorcock, Harrison, insofferenti nei confronti dell’ingenuo ottimismo della produzione precedente. La guerra in Vietnam, l’era del sesso droga e rock and roll, i timori di sovrappopolazione portarono questi autori ad immaginare scenari ben più cupi per i loro racconti, il futuro sembrava non promettere nulla di buono.

Dalla fine degli anni settanta lungo tutti gli anni ottanta il progresso tecnologico compì una virata imprevista. Se la “conquista” della luna, negli anni sessanta, aveva fatto sognare mondi sconosciuti e viaggi interstellari, nella prima metà degli anni ottanta, dopo una gestazione durata oltre un decennio, Internet vedeva la luce. Le nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione avrebbero disintegrato le distanze meglio di quanto potesse fare una nave spaziale dell’epoca, ma i nuovi viaggiatori sarebbero stati seduti ai loro terminali, le informazioni avrebbero viaggiato al posto loro.

In questo contesto letterario, tecnologico e sociale, nel 1984, William Gibson pubblica Neuromancer, il romanzo d’apertura del genere cyberpunk.

“Case aveva ventiquattro anni. (…) un sottoprodotto della giovinezza e dell’efficienza, collegato a un deck da cyberspazio modificato che proiettava la sua coscienza disincarnata in un’allucinazione consensuale: la matrice”[2].

Così Gibson presenta l’eroe di un’avventura che non è più una guerra fra i mondi ma che si svolge nel cyberspazio, la realtà virtuale che proprio dal romanzo di Gibson deriva la sua ormai popolare denominazione. I cowboy della consolle percorrono la matrice, “reticoli luminosi di logica dispiegati verso quel vuoto incolore…”[3], ma quando si trovano a vagare per le strade della vita reale il cielo ha il colore della televisione sintonizzata su un canale morto. Scenari che devono molto a quelli descritti dalla New wave e da Dick[4] e messi in scena da Ridley Scott in Blade Runner (1982), film ambientato in una Los Angeles futuribile, costantemente lacerata dalla pioggia e dall’inquinamento, soffocata da inquietanti costruzioni specchio di una società decadente e oppressiva.

William Gibson e Bruce Sterling sono gli autori più significativi della letteratura cyberpunk della prima generazione, padri di uno stile nervoso, dettagliato e analitico, che serve a raccontare di nuovi eroi romantici e perdenti, prostitute, punk, truffatori, pirati informatici, balordi che vivono le loro storie fra cyberspazio e tetri territori urbani degli anni a venire; la forza innovativa ed eversiva del cyberpunk sta proprio nell’essere “un filone letterario che recupera organicamente alcune delle tensioni sociali esistenti”[5], dando voce agli “esclusi” della società post-industriale.

Con un articolo apparso nel 1991 sulla rivista inglese Interzone, Bruce Sterling sancisce la fine del cyberpunk come esperienza letteraria: “gli anni novanta non apparterranno al cyberpunk”[6], scrive, invita i colleghi a superare il lavoro già compiuto e prende le distanze dagli imitatori superficiali. Ma i redattori di Decoder non sono d’accordo, durante gli anni novanta molti scrittori hanno prodotto opere originali in grado di non tradire lo spirito originario della corrente cyberpunk: Neal Stephenson con Snow Crash (1992), Richard Calder con Virus Ginoide (1992) e, non da ultima, Pat Cadigan con Mindplayers (1987), l’unica donna ufficialmente considerata una scrittrice cyberpunk.
 

2. Il cyberpunk come movimento politico

“(…) parlando di cyberpunk si fa riferimento a un complesso di idee, a un insieme di figure narrative e retoriche, ad alcuni autori e gruppi, che sembrano dare espressione politica alle utopie e alle paure collegate agli sviluppi tecnologici di questi anni”[7].

Da questa definizione di Michela Nacci emerge come, nel cyberpunk, fiction ed azione politica si compenetrino e si alimentino reciprocamente. I romanzi di Gibson, i giochi di ruolo praticabili per via telematica, certi videogiochi concorrono all’edificazione di immaginari secondo i quali il problema della tecnica assume un ruolo di primo piano.

Non si può parlare di cyberpunk come di un movimento organizzato e ben definito. Esso non è dotato di un sistema ideologico organizzato ma è piuttosto un insieme di stili e atteggiamenti che danno vita ad un immaginario composito, è il prodotto di voci che agiscono e dibattono del problema della tecnica e del suo rapporto con la politica nell’epoca contemporanea.

Un’altra peculiarità del cyberpunk sta nella sua trasversalità, esso procede e si sviluppa mediante processi di contaminazione, travalica i confini istituzionali fra discipline differenti, fra teoria e pratica, fra la dimensione politica e quella letteraria, fra cultura “alta” e cultura “popolare”[8].

Le reti telematiche, considerate nei loro aspetti tecnici e nel loro essere spazio sociale conflittuale, sono al centro della riflessione e dell’azione politica cyberpunk. La tecnica diventa il terreno cruciale su cui si gioca la partita per la libertà e l’oppressione, in cui si risolve il senso della politica odierna.

 
“La rappresentazione della tecnica come strumento di liberazione e quella della tecnica come minaccia alla sopravvivenza stessa dell’umanità appaiono in questo quadro non due opzioni ideologiche alternative ma due possibili esiti della partita in atto”[9].

 

La tecnica è considerata un elemento ambivalente, né buono né cattivo in sé, oggetto di pessimismo ed ottimismo e, ancora, lo strumento il territorio e l’obiettivo della battaglia in atto.

Fra i temi ricorrenti del cyberpunk Nacci individua la “preoccupazione per un possibile intervento repressivo mirante a chiudere gli spazi liberati”[10], ovvero le comunità virtuali, reti di comunicazione on-line a basso costo, e l’attenzione al tema giuridico del copy right, con particolare resistenza contro l’applicazione dei diritti d’autore ai software, considerata una limitazione alla libera circolazione dell’informazione. Attualmente questi sono temi salienti anche per giuristi e teorici dei media, ma considerevole è il ruolo che il cyberpunk delle origini ha avuto nell’introdurli nell’agenda degli organi istituzionali. L’hacking sociale è la pratica politica di rottura adottata in questa prima fase. Esso si fonda sui Principi dell’etica hacker stabiliti dagli hacker del MIT nel 1961 e dai quali è già evidente lo spirito del movimento:

“L’accesso ai computer – e a tutto ciò che potrebbe insegnare qualcosa su come funziona il mondo – deve essere assolutamente illimitato e completo. (…)

Un libero scambio di informazioni, soprattutto quando l’informazione ha l’aspetto di un programma per computer, promuove una maggiore creatività complessiva. (…)

L’ultima cosa di cui c’è bisogno è la burocrazia. Questa, che sia industriale, governativa o universitaria è un sistema imperfetto (…).

Gli hacker dovranno essere giudicati per il loro operato, e non sulla base di falsi criteri quali ceto, età, razza o posizione sociale.(…)”[11].

Mentre oggi alcuni settori della comunità informatica internazionale, come spiega Nacci nel suo saggio, interagiscono con le istituzioni cercando alternative alla giurisdizione ufficiale anche in termini di regole (basti pensare all’introduzione dello shareware[12]), i primi gruppi di hacker teorizzavano la rottura delle regole, l’illegalità giustificata, secondo loro, dall’importanza della posta in gioco. Sterling sosteneva che limitare alla comunità dei programmatori l’accesso a un software mediante il copy right fosse come sottrarre a un popolo un linguaggio per poi affittarglielo in un secondo tempo.


3. Cyberpunk, postmoderno e femminismo cibernetico

Il cyberpunk è un fenomeno che nasce e si sviluppa nella fase del tardo capitalismo occidentale e, di conseguenza, in un contesto segnato da dominanti culturali di matrice postmoderna.

Al postmoderno lo accomuna la tendenza alla contaminazione degli stili, delle discipline, dei livelli gerarchici delle componenti culturali, l’elevare l’effimero ad oggetto d’analisi per la riflessione sull’epoca contemporanea. La pratica della contaminazione, sia per il cyberpunk che per il postmoderno, rende inoltre evidente la negazione di un soggetto unitario e dell’universalismo. Come ha ben sintetizzato Michela Nacci:

“Come il postmoderno, il cyberpunk non crede a una serie di valori attribuiti al moderno: progresso, civiltà, Occidente, ragione, dominio. Come il postmoderno, non crede soprattutto al soggetto e alla possibilità di discorsi generali”[13].

Abbiamo già avuto modo di sottolineare come questi temi siano anche cardini del discorso cyberfemminista e femminista postmoderno. Il cyberfemminismo, inoltre, condivide con il cyberpunk la particolare attenzione alla questione della tecnica e il modo di considerarla elemento ambivalente e non innocente. E ancora, il largo uso che entrambi fanno della metafora della rete, sia per significare una comunicazione aperta, non oppressiva, in grado di produrre forme di democrazia telematica, sia per designare la trama di affinità su cui fondare l’azione politica.

Sebbene alcune studiose femministe abbiano criticato certa science fiction per aver tracciato ruoli femminili per certi versi tradizionali, è innegabile il contributo prezioso del cyberpunk al cyberfemminismo in termini di scenari, figure e linguaggio. Il cyborg[14], ad esempio, nato dalla fantascienza e dalla letteratura cyberpunk, è senz’altro una delle più celebri cartografie del soggetto decostruito, scelta da Donna Haraway per descriverne la non-unitarietà, il crollo delle opposizioni e il confondersi dei confini fra uomo e macchina, natura e cultura, maschio e femmina.


NOTE

[1] K. MacLeod, La fantascienza con il futuro che è già arrivato, in Aa.Vv. Millepiani Numero 14, a cura di J. Baudrillard, Cyberfilosofie. Fantascienza, antropologia e nuove tecnologie, Mimesis, Milano, 1998, pp. 39-42.
[2] W. Gibson, Neuromancer, 1984, trad. it. di Giampaolo Cossato e Sandro Sandrelli, Neuromante, Editrice Nord, Milano, 1999, p. 5.
[3] Ibidem, p. 4.
[4] Philiph K. Dick è l’autore di Do Androids Dream of Electric Sheep? (1968), da cui Scott ha liberamente tratto Blade Runner, nel 1982.
[5] Alla ricerca del cyberpunk, articolo parte di un’ipertesto interamente dedicato alla cultura e alla letteratura cyberpunk presente in Decoder. E-rivista internazionale underground, http://www.decoder.it/, l’articolo in questione è reperibile all’indirizzo Internet http://www.decoder.it/archivio/cybcult/index.htm.
[6] Il cyberpunk è morto, in Decoder. E-rivista…, all’indirizzo Internet http://www.decoder.it/archivio/cybcult/letterat/secondag.htm
[7] M. Nacci, Pensare la tecnica. Un secolo di incomprensioni, Editori Laterza, Roma, 2000, p. 260.
[8] Nel paragrafo precedente abbiamo fatto riferimento alla letteratura cyberpunk e ad alcuni dei romanzieri più conosciuti., ma la cultura cyberpunk è costituita da prodotti eterogenei: riviste, videogiochi, musica, informazione, saggistica, iniziative editoriali. In Italia tra i progetti più significativi annoveriamo la rivista Decoder e la sua versione on-line, le edizioni Shake e la collana Interzone dell’editore Feltrinelli.
[9] M. Nacci, Pensare la tecnica…, cit., p. 273.
[10] Ibidem, p. 270.
[11] L’hacking sociale, articolo parte del già citato ipertesto dedicato al cyberpunk presente in Decoder. E-rivista…, http://www.decoder.it/, l’articolo in questione è reperibile all’indirizzo Internet http://www.decoder.it/archivio/cybcult/politico/hacksoc.htm.
[12] “(…) un sistema di circolazione del software che separa il momento dell’acquisizione di prodotti da quello dell’erogazione di denaro, in quanto prevede l’uso gratuito ma anche il successivo versamento volontario (…) di una certa somma agli autori di prodotti soddisfacenti”. M. Nacci, Pensare la tecnica…, cit., p. 271. I programmi shareware sono spesso programmi a tempo determinato, ovvero cessano di funzionare dopo un circa un mese dal momento dell’istallazione, a meno che non vengano integrati con un apposito programma che si riceve previo pagamento. Alcuni gruppi di hacker gestiscono siti in cui mettono a disposizione i così detti “crack”, programmi illegali che servono ad utilizzare i software shareware a tempo indeterminato. Questa pratica, molto diffusa, è adottata in particolare per colpire i grandi oligopolisti quali Microsoft, Adobe e Macromedia che hanno imposto standard che neutralizzano il potenziale innovativo dei lavori di programmatori autonomi.
[13] M. Nacci, Pensare la tecnica…, cit., p. 278.
[14] Il termine cyborg sta per organismo cibernetico, ibrido della macchina con un corpo organico.


CROSSING PLATFORMS da Feramenta

— Inviato da flat @ 23:38

Non vi spaventate...questo documento ha un linguaggio e probabilmente un livello avanzato per molte...ma proveremo insieme a discuterne e a comprenderne gli elementi essenziali.

Intanto buona lettura! 

...........:::::::Crossing Platforms::::::..................
di 5am ...no warranty!
Un piccolo how to di base per poter utilizzare le proprie risorse su qualsiasi piattaforma.
Introduzione.
Spesso ci troviamo davanti a dei problemi che possiamo risolvere
facilmente da sole, uniformando l'utilizzo della mail, scambiando file in formati
leggibili da tutti, standard, verificando la presenza di virus e processi molesti, e soprattuttomantenendo
l'anonimato, indipendentemente dal sistema operativo che stiamo utilizzando. Questo
perche' possiamo trovarci difronte ad pc con Windows, o ad un MacOSX o ad un pc con linux, a casa di
un amic@, sul posto di lavoro, ad un internet caffe' o a scuola/all'universita'.
1. I file.
Un file (termine inglese per "archivio") in informatica e' un insieme di informazioni codificate
organizzate come una sequenza di byte, dove per byte (contrazione di binary term) si intende una
sequenza di bit, il cui numero dipende dall'implementazione fisica del computer che abbiamo,
immagazzinate come un singolo blocco su di una memoria di massa (qualsiasi supporto che sia capace
di archiviare informazioni, hard disk, floppy, cdrom, dvd, penna usb, smartcard) all'interno del File
System esistente.
I file si differenziano tra loro per permessi (ovvero chi puo' fare cosa e come) ed eseguibilita'
(interazione con il computer).
Il bello di linux e' che tutto e' un file; il problema nasce quando cerchiamo di fare qualcosa con altri
sistemi operativi... quindi importante e' capire come scambiare file, o meglio quali estensioni
utilizzare! Per estensione s'intende la capacita' di far associare programma/file e renderlo visibile
all'utente.
file.txt lo leggono tutti > testo non formattato
file.pdf lo leggono tutti > testo formattato impaginato
file.htm o .html lo leggono tutti > browser di rete
file.zip lo leggono tutti > pacchetto compresso
file.jpeg o file.jpg lo leggono tutti> immagine
file.gif lo leggono tutti > immagine
file.png lo leggono tutti >immagine
file.mp3 lo leggono tutti >audio
file.ogg lo leggono tutti >audio
file.avi lo loggono tutti >video
file.mp4 lo leggono tutti > video
file.mpg lo leggono tutti > video
Importante quindi utilizzare estensioni â??standardâ?? e non specifiche
di un programma, in modo che, indipendentemente dal sistema operativo in uso,
il file sia utilizzabile.
2. La posta
La posta elettronica e' uno strumento indispensabile oggi ma, bisogna essere coscienti del suo utilizzo.
Evitare invio di dati personali. Farlo solo se si e'sicuri del destinatario e della transazione!
Cercare, finche' possibile, un utilizzo anonimo; se possibile, utilizzare posta cripata. Se si invia un
messaggio a molte persone che tra loro non si conoscono e' importante non far visualizzare i diversi
indirizzi dei destinatari; si deve utilizzare la funzione BCC, (Blind Carbon Copy:, in italiano CCN,
ovvero Copia Carbone Nascosta:): indirizzi email
dei destinatari in copia conoscenza nascosta; e' bene
inviare come primo destinario se' stessi e tutti gli altri in BCC.
E' possibile inserire dei file come allegati al corpo di una mail.
Molti server impongono limiti massimi alla dimensione del messaggio da trasmettere, che devono
essere rispettati; altrimenti il messaggio non viene inviato. Verificare sempre da chi si ricevono allegati;
spesso potrebbero rivelarsi virus (per microsoft) Via allegato e' possibile inviare qualsiasi tipo di file, in
genere i client di posta possono permettere di impostare filtri per non far "scaricare" quel tipo un tipo di
file o la posta da un determinato indirizzo, verificare se si potra' utilizzare il file ricevuto, meglio
sempre utilizzare estensioni standard e non proprietarie (nda vedi 1).
Non inviare lo stesso attachment a liste di persone almeno che non ne siano a conoscenza.
2.1 Client di posta
Il client di posta e' il programma che ci permette la consegna dell'email;
le email
possono essere consegnate direttamente dal "postino" (smtp simple
mail transfer protocol)
"a casa"
(pop pop3) o consegnate "all'ufficio postale" (imap internet
message access
protocolo
webmail). Il postino in questo caso e' un protocollo che a seconda della “divisa” ci permette
una connessione. Smtp trasmette la mail, pop pop3 imap sono i protocolli di consegna come webmail.
Si possono utilizzare diversi client (uffici postali), ma nella logica di semplificarsi la vita consiglio
Thunderbird, che si puo'installare su qualsiasi sistema operativo molto facilmente, sempre se si ha un pc
che permette la gestione dell'interfaccia grafica ;) ed abbia permessi per farti installare cose!
Utilizzare SSL (Secure Socket Layer)* sia per la posta, configurare il client, verificare sempre la
sorgente da cui si scaricano programmi, dati immagini etc.; verificare sempre chi la invia e cosa.
3. Browser
Il browser e' un programma che permette agli utenti di visualizzare (interpretare) file multipli
(ipertesto) con estensione html o xhtml o htm.
I browser possono interpretare piu' o meno liberamente il codice html (HyperText Markup Language).
Spesso alcuni editor di html mettono dei tag proprietari che non tutti possono interpretare, a.e.
"FrontPage", che ottimizza le pagine html per explorer, ma su altri browser crea problemi di
interpretazione! Utilizzare quando e dove e' possibile SSL, che permette invio/ricezione
pagine web crittate.
4. Virus & processi
I virus sono programmi che si autoriproducono e, una volta insediati nel computer, agiscono,
danneggiando in alcuni casi direttamente solo il software della macchina che lo ospita, e in altri
anche l'hardware, causando lo spegnimento della ventola o l'overclocking ( ovvero aumentare la
frequenza di progettazione) del processore. Tutto cio' si riferisce al "mondo" windows. In riferimento a
linux non possiamo parlare di virus, ma di “buchi di sicurezza” e “vulnerabilita' dei processi”.
4.1 Windows
Windows, il sistema operativo "a finestre" di casa Microsoft e' composto, nel suo kernel (nucleo) da
stringhe* e chiavi* che compongonoi registri*. Le chiavi di registro corrispondono alle variabili (valore
che si assegna ad una casella di memoria) in ambiente linux. Un file .exe dipende sempre da un file .dll
o .inf. Un virus e' composto da un gruppetto di file sparsi nel System32 o System, insinuandosi anche
nei registri, in modo che la sua eseguibilita' sia assicurata all'avvio del sistema.
Esistono molti programmi che puliscono chiavi di registro, ma a loro volta ne creano altre.
Per visualizzare il registro di windows:
finestra start>
run >
regedit >
enter
Si aprira' una finestra con una serie di directory 'madri' e sottodirectory le classi di registri sono
costituite cosi':
HKEY_CLASSES_ROOT >> apertura programmi associa file/programma
HKEY_CURRENT_USER >> configurazione utente e castomizzazioni
HKEY_CURRENT_CONFIG >> configurazione hardware
HKEY_USERS >> configurazione di tutti gli utenti
HKEY_LOCAL_MACHINE >> configurazioni di tutti gli utenti corrisponde al
systemroot\system32\config hw, software e sistema operativo
HKEY_LOCAL_MACHINE\SOFTWARE\Microsoft\Windows\CurrentVersion\Run >>qui abitano gli
.exe che partono allo start del si