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INTERVENTO DEL GRUPPO "QUELLE CHE NON CI STANNO" AL TAVOLO 1

— Inviato da flat @ 21:34
Relazione del gruppo “Quelle che non ci stanno” – Bologna al Tavolo n°1: Violenza Scambio e condivisione di pratiche e metodologie di intervento per contrastare la violenza maschile, con particolare riguardo alla violenzadomestica. Elaborazione delle femministe e delle lesbiche (centriantiviolenza, collettivi, gruppi, associazioni). Strategie di azione e proposte.

Nel presentare questo tavolo, vogliamo partire da un presupposto fondamentale, che sarà il punto di partenza di tutte le riflessioni per scrivere questo documento, riassunto di tutto il lavoro politico svolto negli ultimi  due anni da “Quelle che non ci stanno” di Bologna.
DI FRONTE ALLA VIOLENZA, NOI DONNE E LESBICHE SIAMO TUTTE UGUALI.

Il documento approfondisce tre temi:
-statistiche e dati sulla violenza e dei relativi processi giudiziari
-valutazioni politiche
-strategie e azioni svolte.

PRESENTAZIONE

Nasciamo nel settembre del 2006 dopo uno stupro subito da Mara, una nostra compagna. Ci siamo unite, singole e collettivi, per la volontà di denunciare i continui attacchi all’autodeterminazione delle donne e delle lesbiche attraverso la violenza maschile. Tutte lavoriamo per denunciare la violenza maschile come questione politica contro la nostra libertà e non come emergenza per legittimare pacchetti sicurezza e leggi contro le/i migranti.
Il nostro percorso è partito da un’esperienza specifica per approfondire una questione che spesso vuole essere relegata alla sfera privata delle donne e delle lesbiche. Sin dall’inizio il nostro obiettivo è stato quello di “nominare correttamente la realtà, passo necessario per leggerla, capirla e agire su di essa”. Secondo questo principio possiamo dire che abbiamo deciso di usare nei nostri documenti sempre la parola violenza maschile sulle donne e sulle lesbiche, perché quando i giornali parlano di “violenza familiare”, “violenza sessuale, coniugale o alle donne” sparisce dall’attenzione di chi legge il soggetto di chi compie l’azione, presentando così il problema come un eufemismo, cioè un problema delle donne che devono apparire sempre vittima con un destino ineluttabile.





STATISTICHE E DATI SULLA VIOLENZA E DEI RELATIVI PROCESSI GIUDIZIARI

Una donna su tre al mondo è vittima di stupri e di violenze per mano maschile. Nei dati ISTAT dell’indagine svolta in Italia nel 2006 si stimano in 7 milioni le donne tra i 16 e i 70 anni che hanno subito violenza, fisica o sessuale, nel corso della loro vita, dentro e fuori la famiglia. Il 69% degli stupratori sono partners o ex-partners che agiscono all’interno delle mura domestiche. Solo il 18,8% delle donne è consapevole che ciò che ha subito è una violenza, il 44% lo giudica “qualcosa di sbagliato”, il 36% “qualcosa che è accaduto” e viene registrato come “fatto accidentale o questione personale”.
Ricordiamoci che il 95% delle donne non denuncia e che lo stupro consumato all’interno delle mura domestiche, spesso non individuato come tale, diventa normalità.
Ogni giorno viviamo quella violenza domestica sommersa, che non fa notizia, non vende, viene fuori una volta l’anno quando si avvicina l’8 marzo, con statistiche di tutti i tipi in cui veniamo a sapere che la prima causa di morte per le donne tra i 18 e i 45 anni è la violenza maschile, agita da conoscenti o dalla famiglia stessa.
Quelle donne siamo noi e non solo numeri astratti.
Non abbiamo mai conosciuto donne che non siano mai state vittime di questa violenza dalle tante facce.
Si tratta di dati sconcertanti ma, a questo punto, possiamo affermare che potrebbero realisticamente rappresentare una sottostima della realtà proprio sulla base di quello che abbiamo detto all’inizio e considerando soprattutto che l’ampia base di silenzio, di paura e di normalizzazione non è assolutamente quantificabile.
Inoltre, consideriamo che suddividere la violenza maschile in violenza fisica (percosse) e violenza sessuale rappresenti un’ulteriore riproposizione dello stereotipo dell’aggressione neutra da far confluire nel calderone di un generico comportamento delittuoso. Questo, come abbiamo sperimentato più volte, viene usato e strumentalizzato per avvallare le politiche repressive istituzionali sulla pelle delle donne e delle lesbiche. Emblematici sono gli interrogatori ai quali vengono sottoposte le donne che subiscono una violenza, all’interno dei quali si indaga sulla moralità, sulla vita privata, sulle abitudini sessuali e perfino sulla appartenenza culturale e sociale, per verificarne la credibilità.
La violenza contro le donne e lesbiche è una questione politica e storica, che è iniziata quando le comunità matriarcali sono state distrutte e i nostri corpi da “sacri” sono diventati merce, oggetti-incubatori-contenitori, carne da macello.
La violenza sulle donne è agita continuamente e cruentemente, non passa giorno in cui non veniamo a conoscenza di tentati stupri, stupri, stupri di branco, stupri di branco di minorenni, bambine stuprate, stupri di lesbiche, fidanzati che picchiano e poi uccidono. Ogni giorno quelle donne e lesbiche siamo noi, non solo nomi astratti scritti sui giornali.
Riconosciamo che la violenza rimane la pratica impunita, con cui i maschi riaffermano il dominio dell’uomo sulla donna, l’assoggettamento del suo corpo e della sua volontà. Questo dominio, ribadiamo, sostiene l’ordine patriarcale.
Non capiamo come mai uno stupro di branco ad una minorenne viene “risarcito “ con 3000 euro e una donna che uccide il marito violento con 30 anni di carcere. Ricordiamo come il sindaco di Montalto di Castro ho usato soldi pubblici per la difesa legale del branco di 8 stupratori che hanno violentato una loro coetanea.
Vogliamo denunciare l’omertà e il sostegno pubblico di mogli e amici degli stupratori, la loro solidarietà e plauso, li abbiamo visti sotto il tribunale, insultarci, prendere in giro le nostre pratiche di autodifesa, minacciarci pesantemente. Non stanno anche loro incitando allo stupro?

VALUTAZIONI POLITICHE

Denunciamo la costante e  ripetuta indifferenza delle persone, che di fronte ad una donna che cerca di scappare dal suo aggressore, non è capace neanche di aprire un portone, o intervenire, in un qualsiasi modo. Questa è la normalizzazione della violenza.
Denunciamo la costante complicità dei maschi con gli stupratori, che fanno finta di non aver visto niente o pensano che sia normale prendere una donna con la forza, o incitano allo stupro facendo branco. Questo è sessismo, che uccide le donne e lesbiche tutti i giorni, in tutte le parti del mondo, soprattutto le più povere.
Denunciamo il tentativo di orientare la paura della violenza in maniera strumentale contro i “diversi”, gli immigrati, cercando di farci dimenticare che la maggior parte delle violenze avvengono tra le mura domestiche. Lo stupratore non è un “mostro”, un deviante, un malato, ma è un uomo qualunque, di tutte le etnie, di qualunque classe sociale e culturale. L’unico tratto comune fra tutti: il genere maschile
Vediamo che la violenza non è nel “degrado”, nelle strade buie, nei quartieri poveri, o nelle periferie cittadine, è nelle menti dei “signori” uomini, a volte come un’ossessione, ma soprattutto un modo di vita normale, una pratica, un’ideologia, caratterizzata dalla volontà di ridurre la donna a oggetto.
Denunciamo come tutte le donne e lesbiche del mondo vivano nella paura, la paura del passo dell’uomo, in tutti i luoghi, frequentati o meno, di giorno o di notte, la paura della presenza maschile alle proprie spalle. La nostra reazione è diversa se alle nostre spalle sentiamo un passo di donna. Questa paura è reale, non è irrazionale, non è follia, e ci accomuna tutte, questo è terrorismo.
Sin dall’inizio siamo state tutte d’accordo nel denunciare la violenza contro le donne e le lesbiche con il nome di terrorismo, proprio per la strategia sistematica usata per mantenere le donne subordinate agli uomini: lo stupro punisce le donne che hanno osato al di là dei ruoli assegnati loro. E’ per questo insieme ai numeri ufficiali di denuncia che chiamiamo la strage di omicidi o repressioni nei confronti delle donne “femminicidio”: donne uccise perché donne, uccise perché esistono nella loro identità di donne.  
Denunciamo il “terrorismo sessuale-culturale”  agito da giornalisti che continuano a scrivere articoli in cui raccontano in mille modi le attenuanti per gli stupratori, colpevolizzando la donna vittima, magari di aver avuto comportamenti provocanti, o di non avere detto un no comprensibile. Quando no vuol dire no. Oppure che si dilungano in accurate descrizioni pornografiche delle violenze con linguaggi sempre più sessisti. Ci siamo imbattute a Bologna in un caso grave di “colpevolizzazione” della vittima da parte degli stupratori, ma quel che è più grave dalla stampa. Negli articoli tra le righe si leggeva che lo stupro questa donna in qualche modo era andato a cercarselo sperimentando un sesso non canonico. Attribuire la responsabilità dell’accaduto a chi subisce “rappresenta un meccanismo potente di disimpegno morale”. Oppure attribuire la causa dello stupro alle condizione economiche o culturali dello stupratore tende a giustificare e a esonerarlo dalla gravità del fatto, difendendo e sollevando da ogni responsabilità l’intero gruppo dominante degli uomini, in quanto coloro che compiono lo stupro.
Denunciamo la lesbofobia, un’ulteriore faccia della violenza. Attraverso leggi, religioni, tradizioni e pregiudizi l’eteronormatività pretende ancora di imporre alle donne un unico destino: quello di mogli e madri prolifiche all’interno della famiglia patriarcale, dove la donna non può e non deve avere una esistenza e una sessualità autonome. La lesbica è il no all’eterosessualità obbligatoria sottraendosi a questa norma. Come diceva Adrienne Rich: “L’esistenza lesbica comporta la caduta di un tabù che è il rifiuto di un sistema di vita obbligato, significa anche un attacco diretto o indiretto al diritto maschile di accesso alle donne”.Riteniamo che la lesbofobia cresce anche quando un certo femminismo istituzionalizzato ritiene che non sia fondamentale nominare la parola lesbica o definirsi tali oltre a donne, di fatto cancellandone la visibilità. Alimentata anche dalle femministe istituzionalizzate e no che agiscono persuase che sia inopportuno utilizzare il termine lesbica perchè deterrente verso l'avvicinamento di altre donne,  dimostrando quindi di ignorare  radicalmente  il valore politico della visibilità.
Come lesbiche quindi veniamo aggredite, insultate, stuprate, e ammazzate, sia da maschi singoli che da maschi organizzati (Forza Nuova in Italia, ad esempio, e fascisti vari). Ricordiamo per tutte, per non dimenticare e rimanere sempre vigili le une con le altre, Fanny Ann Eddy, attivista lesbica fondatrice della  ‘Sierra Leone Lesbian and Gay Association’, stuprata e ammazzata nella sua abitazione, Wanda Alston, collaboratrice del sindaco di Washington per la comunità lgbt, attivista lesbica nera, ammazzata anche lei nella sua abitazione, Teena Brandon stuprata e ammazzata perché sembrava un ragazzo, invece era lesbica (da una ricerca di Fuoricampo Lesbian Group).
Denunciamo la repressione palese delle forze dell’ordine agita in tutti i presidi e uscite pubbliche, presenza fissa dei soliti 4 digossini, con donne sbirre che cercano di riportarci all’ordine, al silenzio, alla ragionevolezza. Tentativi costanti di identificare compagne, ad esempio per aver cancellato la scritta puttana dal muro, o per aver bloccato per pochi minuti una strada, dove il giorno prima c’era stato uno stupro. Oppure per aver disturbato la quiete pubblica, avendo urlato troppo forte i nostri slogan. Oppure volanti della polizia che stanno per due ore attaccate al culo delle compagne in presidio, con il motore della machina acceso. Oppure vari tipi di fermi, sempre a scopo identificativo, la notte, all’uscita delle riunioni. Oppure le solite telecamere  fisse e registrazioni audio. Questi “signori” non stanno mantenendo l’ordine pubblico, ma agiscono da gendarmi armati del patriarcato, praticando per di più apologia e incitazione di stupro e violenza, quando cercano di farci stare zitte. Per non dire poi dei vari casi in cui loro stessi sono stati torturatori e stupratori di noi donne. La repressione non è una fatalità. Serve a giustificare e difendere l’eterosessismo e la sua cultura dello stupro, a rafforzare il suo potere sulle donne e lesbiche, a isolarci le une con le altre, a ridurci al silenzio. Non cadiamo in questo antico meccanismo di potere che ci vuole dividere, perché come abbiamo detto all’inizio, di fronte alla violenza siamo tutte uguali.


STRATEGIE E PRATICHE

Con questa analisi vogliamo denunciare lo stupro perché questo non venga considerato più come normale e naturale, ma come pratica violenta fisicamente, verbalmente e nel linguaggio dei media, con la quale gli uomini vorrebbero produrre l’annientamento della donna, rendendo invisibile ogni sua forma di azione.
Partendo da queste considerazioni, abbiamo deciso come pratica di denuncia la presenza pubblica per mezzo del presidio e la diffusione dei nostri volantini in ogni luogo dove è avvenuto lo stupro, e soprattutto la denuncia pubblica, nei rari casi in cui si sa, proprio sotto casa degli stupratori.
Nostro obiettivo con questa pratica è quello di dimostrare solidarietà alle donne che hanno subito lo stupro e di comunicare alle donne che è possibile non sentirsi sole. La denuncia di chi subisce e la presenza di donne a sostenerle è un’arma da usare contro la violenza maschile; la denuncia in piazza dello stupratore deve essere un monito di condanna per lui e per chi lo sostiene ufficialmente o ufficiosamente attraverso la complicità maschile. Importante per noi è infatti la presenza con presidi sotto i tribunali durante alcuni processi per stupro o in alcuni luoghi dove sappiamo esserci alcuni di coloro che hanno sostenuto e difeso gli stupratori. Pensiamo che questo appoggio sia indispensabile per le donne che subiscono lo stupro perché spesso devono affrontare la solitudine del dopo.
Un altro obiettivo che ci diamo è quello di dare forza e un segnale alle donne affinché da una parte trovino il coraggio di denunciare gli abusi delle violenze, dall’altra pensino che è possibile ribellarsi con ogni mezzo che si possiede. Inoltre è importante dare attenzione alle donne, per strada, a casa, al lavoro, ovunque, in ogni momento per non lasciare spazio di agire alla violenza di un uomo. Alcune del nostro gruppo infatti organizzano gruppi di autodifesa con la pratica del wendo. L’autodifesa è un’arma. Da soggetto debole da difendere possiamo pensare di saper reagire, perchè ci permette di avere fiducia in noi stesse.
Siamo separatiste. Il nostro obiettivo è arrivare alle donne, attraverso le donne (solidarietà tra donne), affinché esse stesse possano trovare la forza per farsi rispettare. Per noi non sono le luci in più per strada, non sono i taxi o gli autobus rosa a risolvere il problema della violenza. I dati dicono che le violenze avvengono nella stragrande maggioranza nelle famiglie o comunque per mano di conoscenti. Allora è importante non spostare l’asse dell’attenzione per creare all’occorrenza  mostri di turno e ribadire che la vera questione è il fatto che per i maschi il problema è il nostro essere donne e sempre più “emancipate”, che scegliamo, che ci ribelliamo. Solo attraverso la denuncia e la solidarietà tra donne è possibile smascherare la strategia della violenza maschile e dei suoi complici. Inoltre per noi è importante sostenere i finanziamenti di quelle associazioni di donne che agiscono sul territorio (Centri antiviolenza).
Tra le nostre strategie è fondamentale avere più spazi per il confronto  e per la socialità di donne e lesbiche. Avere luoghi per le donne e per le lesbiche, vuole dire dare punti di riferimento a tutte quelle donne che devono affrontare la guerra in casa, nel momento in cui l’emergenza violenza non sarà più importante per i giornali o per le campagne elettorali.

AUTODIFESA FEMMINISTA ED ALTRE ALTERNATIVE di Vincenza Perilli

— Inviato da flat @ 23:33


dal blog Marginalia


Solutions: Female Rage and Other Alternatives è l'ultimo capitolo di un libro dei primi anni 70, The Politics of Rape [1], parzialmente tradotto e poi pubblicato dal collettivo femminista romano Limenetimena [2]. In questo capitolo - titolo in italiano: Una soluzione: violenza femminista ed altre alternative [3], è sottolineata l'importanza della resistenza e dell'uso di tecniche di autodifesa da parte delle donne per opporsi alla violenza esercitata dagli uomini [4].
Vengono elencate una serie di tecniche di resistenza, dall'urlo all'uso di "armi improprie" [5], molte delle quali saranno riprese in libri, opuscoli e vari altri documenti prodotti e fatti circolare in quegli anni [6]. E' indubbio infatti che, sebbene alcune tecniche di autodifesa fossero già state sperimentate dalle suffraggiste inglesi (che le usavano per contrastare la violenza della polizia durante le manifestazioni) e dalle operaie tedesche (che, negli anni 30, dovevano difendersi dagli attacchi fascisti), solo con il movimento femminista degli anni 60-70 vengono messi a punto dei veri e propri manuali e corsi di autodifesa.
Attingendo a svariate tecniche (dalle arti marziali quali il Jiu Jitsu al Wendo) questi divengono (insieme ai centri anti stupro[7], ai Rape Speak-out [8] e ai gruppi di azione anti stupro[9]), dei formidabili strumenti per denunciare la violenza e opporvi resistenza. Lungi dall'essere solo un elenco di mosse e tecniche di combattimento, questi manuali e corsi erano parte integrante di un più complessivo percorso di lotta che partiva dalla lucida e spietata analisi femminista della violenza di genere come ancorata (e nello stesso tempo generata) da uno specifico rapporto di potere: quello che intercorre cioè tra chi questo potere lo detiene (gli "uomini") e chi lo subisce (le "donne") [10].
Questo enorme patrimonio storico e politico (rivisto criticamente, adattato e ridiscusso) è alla base di molte esperienze attuali, dai manuali di autodifesa in circolazione ancora oggi [11] alle tecniche usate nei corsi organizzati da e per donne, lesbiche e trans [12].
Nello stesso tempo, però, assistiamo al proliferare in quest'ultimo periodo di corsi di autodifesa femminili organizzati da palestre, comuni, associazioni, circoli anziani e ricreativi, poliziotti in pensione, ex-bodyguard e palestrati precari nonchè da qualche immancabile wonderwoman (le super donne pronte ad aiutare le "sorelle" più deboli e sprovvedute non mancano mai ....).
Questi corsi sono, in alcuni casi, rivolti esplicitamente alla "sensibilizzazione sul problema delle aggressioni in genere e stupro, rapina, violenza domestica in particolare"). Insieme, negli scaffali delle librerie si accumula un numero sempre maggiore di pubblicazioni, alcune delle quali pubblicizzate con un eloquente "Gli impegni quotidiani di una donna la portano sempre più spesso a essere da sola in situazioni di potenziale pericolo" [13].
Tutto questo mi allarma ed irrita.
Per cominciare siamo ridotte nuovamente a vittime. In secondo luogo il complesso rapporto di potere che è alla base delle violenza esercitata dal gruppo dominante sui soggetti "dominati" viene ridotta ad una questione di "incapacità" fisica e/o psicologica. Siamo "noi" (donne, lesbiche, trans ...) in quanto potenziali vittime a doverci sensibilizzare al problema: lo stupro è un problema delle "donne", anzi esiste un "problema donne" tout court (così come c'è stato un "problema nero" che non è mai diventato un "problema bianco" nonostante Malcom X ...) [14].
Del resto se fossimo state sufficientemente sensibilizzate non ci saremmo messe ad andare in giro da sole e a rivendicare autonomia dentro e fuori casa (cosa che rende notoriamente gli uomini piuttosto nervosi, ricordo la donna uccisa dal marito perchè si rifiutava di cucinare...).
Per lo meno avremmo dovuto porci il problema di saperci difendere ...
Ma niente paura care signore! ... sono in arrivo torme di prodi cavalieri senza macchia pronti ad insegnarcelo, a istruirci, a sensibilizzarci ... (e voilà, in un attimo tutto il sapere che abbiamo accumulato anche su questa questione viene cancellato con un bel colpo di spugna ...)
Del resto difendersi non è una cosa troppo difficile (nel senso che possiamo impararlo anche noi ...): come ebbe a dire non molto tempo fa un avvocato a difesa del suo cliente, per evitare uno stupro basta un morso (un "morsetto" per l'esattezza). E' sempre la solita storia: se una donna subisce uno stupro è perché, in un modo o nell'altro "l'ha voluto" o " se l'è cercato". Se poi lo denuncia è una menzogna (era consenziente e poi per qualche strano motivo ha cambiato idea, insomma la volubilità delle donne di goldoniana memoria ...), perchè in fondo sarebbe bastato - se solo lo avesse voluto - "un morsetto" per evitarlo.
Si evita generalmente di ricordare che anche gli uomini spesso soccombono quando sono aggrediti di sopresa o da persone di cui si fidavano o dalle quali non se l'aspettavano (basta leggere la cronaca) e sono precisamente queste le condizioni in cui si verificano più frequentemente aggresioni di tipo sessuale (in ambienti che percepiamo non pericolosi, come l'interno della nostra casa o la casa altrui, e da parte di persone che conosciamo bene e che in alcuni casi amiamo ...). Queste condizioni non possono essere paragonate ad altre situazioni (guerra, guerriglia urbana, zuffe al bar o simili) dove comunque si è in uno stato (anche psicologico) diverso, dove è chiaro chi è il nemico dal quale dobbiamo difenderci (che sono poi le situazioni dove gli uomini sono più frequentemente confrontati alla violenza ).
Non voglio con questo sottovalutare l'importanza per i soggetti "inferiorizzati" e "dominati" di corsi di autodifesa, ma sottolineare che hanno efficacia solo e quando vengono fatti in uno specifico contesto e percorso (che è quello femminista). Contesto e percorso che si è enormemente modificato dagli anni 70, così come siamo cambiate (anche) noi. Insieme mi sembra importante denunciare questo tentativo più o meno subdolo di "sfruttare" la violenza sulle donne, non solo ai fini del business ma anche per veicolare messaggi di tipo sessista e anche razzista [15].
Abbiamo dimostrato di saperci difendere (all'occorrenza) con ogni mezzo necessario compresi morsi e "armi improprie" , come unghie e in alcuni casi forbici [16]. Siamo state capaci di autorganizzarci. Ci siamo date forza e sostegno reciproco. Ci resta molto ancora da fare ovviamente, tanto per cominciare tentare di non farci trasformare in Wonder Woman.
Se i dinosauri sono destinati all'estinzione così come (spero) tutti i superman e le wonderwoman del mondo intero, i messaggi sessisti e razzisti che veicolano rischiano di sedimentarsi e divenire operativi [17].

NOTE:


[1] Diana E.H Russel, The Politics of Rape, New York, Stein & Day 1975.
[2] Limenetimena, La politica dello stupro, stampato in proprio, Roma 1976.
[3] Tradurre è un lavoro difficile, mal pagato e sottovalutato (come so bene per esperienza) ed è, per questi motivi, sempre meritorio, soprattutto quando, come nel caso citato, è fatto in un'ottica "militante". Cio' detto resta per me abbastanza incomprensibile la scelta di tradurre la parola "rage" con "violenza", invece che con collera, termine che avrei sicuramente preferito, anche pensando a Colette Guillaumin e alla sua "collera delle oppresse". Mi riferisco a C. Guillaumin, "Femmes et Théories de la société: remarques sur les effets théoriques de la colère des opprimées", in Ead. Sexe, race et pratique du pouvoir. L'idée de nature, coté-femmes, Paris 1992, pp. 219-239.
[4] Questa parte è preceduta dalla trascrizione di una interessantissima intervista ad una donna che aveva affrontato fisicamente un uomo che si vantava di aver commesso uno stupro.
[5] Ad esempio: sigarette accese da spegnere negli occhi, o vicino ...; penne o matite da usare come pugnali in faccia, occhi, collo...; spray, di qualunque tipo, meglio quelli sui quali c'è scritto di non spruzzare negli occhi ...; chiavi tenute insieme da un'anello, nella quale si infila la mano chiudendo il pugno e lasciando le chiavi all'esterno per colpire facendo molto male ...; ombrelli, ma è inutile darli in testa di piatto, meglio usarli di punta mirando a faccia, pancia ...; cavatappi, raro averne uno a portata di mano, peccato perchè è un'ottima arma usata contro faccia, collo e addome soprattutto se dopo il colpo si gira ...
[6] Tra i tanti Le violentate di Maria Adele Teodori (SugarCo, Milano 1977), testo interessante anche perché a quanto mi risulta è uno dei primi testi italiani in cui si parla di femminicidio.
[7] Gli attuali centri antiviolenza. Diffusosi inizialmente negli Stati uniti (il primo nasce nel 72), i Rape Center Crisis, offrivano sostegno morale e fisico alle donne vittime di stupro, accompagnandole all'ospedale e/o dalla polizia per la denuncia, fornendo informazioni mediche e legali. Ed anche un letto a quelle donne che non vogliono (o non possono) tornare a casa.
[8] Raduno di donne che pubblicamente raccontano le loro drammatiche esperienze di stupro. Memorabile quello organizzato da un gruppo di Radical Feminist nel 71 a New York.
[9] I Gruppi di azione anti stupro, nati inizialmente negli Stati Uniti, avevano messo a punto una serie di tecniche che potremmo definire di agitazione politica che avevano lo scopo prioritario di denunciare pubblicamente gli stupri e gli stupratori (ad esempio con picchetti e volantinaggi davanti alla casa o al luogo di lavoro di stupratori) e fornire una solidarietà visibile e tangibile alle vittime (o potenziali vittime) di stupro (ad esempio presenziando ai processi). Anche questo patrimonio storico non è andato del tutto perso, come hanno dimostrato recenti mobilitazioni.
[10] "Uomini" e "donne" sono intese qui non come categorie "naturali" ma come categorie sociali. La discriminante "sesso" contribuisce a costituire queste categorie così come alte variabili, quali la "razza", la classe, l'età, l'orientamento o la scelta o l' identità sessuale. Sono vittime della violenza di genere non solo le donne, ma tutt* coloro che vengono "inferiorizzati" (o "femminilizzati") e quindi lesbiche, sexworkers, transessuali di ambo i "sessi", migranti, bambine e bambini.
[11] Per esempio i manuali di autodifesa messi a punto rispettivamente dal Gruppo Autodifesa Filo-mena e dalle Maistat@zitt@, manuali che potete scaricare qui.
[12] A Roma le già citate Filo-mena si allenano al Laurentino Okkupato. Sempre a Roma i gruppi Wendo-Roma organizzano corsi di wendo solo per donne e lesbiche da circa dieci anni (e attualmente i corsi sono accessibili anche a donne sorde con traduzione in L.I.S. Potete contattarle qui wendo.roma@libero.it. A Bologna sono le Amazora che organizzano da diversi anni corsi di wendo per donne e lesbiche (per info sui corsi amazora06@yahoo.it). A Milano questa settimana partirà il corso (rivolto anche alle trans) delle Maistat@zitt@.
[13] "Sola" in questo caso significa senza la presenza rassicurante e protettiva di un uomo ...
[14] Ed oggi un problema "immigrati"...

[15] Il discorso sul razzismo in relazione a discorsi e pratiche concernenti la violenza sulle donne è lungo, complesso e in parte ancora tutto da costruire. Mi limiterò ad osservare che già Angela Davis nel suo Sex, Race and Class (1982, tradotto in italiano come Bianche e nere) denunciava alla fine degli anni 70 il mito dello “stupratore nero”, che nell’America razzista era funzionale a giustificare e fomentare l’aggressione razzista verso la comunità nera. Davis mostra anche come le donne “bianche”, e più precisamente le femministe, siano state complici di questo sistema non riuscendo ad articolare insieme la loro lotta contro il sessismo a quella contro il razzismo verso i “neri”, uomini e donne. E' significativo che ancora il 25 novembre scorso, in occasione della grande manifestazione per la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne a Bologna, l'unico documento/volantino che denunciasse "l'equazione sciagurata: violentatore=immigrato" fosse quello del Coordinamento migranti. In quest'ultimo anno molti sono stati gli implulsi per un nuovo ripensamento di queste questioni, ma nella stragrande maggiornaza dei casi tutto si è "risolto" con l'aggiunta in volantini e documenti di una frasetta rituale che recita più o meno così : "Denunciamo l'uso strumentale in chiave-anti-immigrato dello stupro. La maggioranza degli stupri avviene in casa ad opera di padri, mariti, amanti, fratelli ...". Chi parla? E a chi parla? Rinvio a bell hocks, Ain't a woman, ovviamente.

[16] Nonostante sia stata fatta passare per pazza (45 giorni di clinica psichiatrica, l'assoluzione piena per il marito violento e torturatore) e ridicolizzata in barzellette sessiste, mi assumo il rischio di riferirmi esplicitamente a Lorena Bobbit e alle sue epigone.
[17] E, del resto, sono questi i messaggi veicolati dal fumetto Wonder Woman e da altri simili. Ho usato quest'immagine essendone perfettamente consapevole, ma più che la woman in questa copertina mi interessava il dinosauro. E l'altra donna che dal margine giunge di corsa, in soccorso.


VIOLENZA DOMESTICA E CARCERE, CERCHIO DA SPEZZARE DI ABUSI E OPPRESSIONE di Free Battered Women

— Inviato da flat @ 14:00
 
Free Battered Women (Libertà per le Donne Maltrattate) e California
Habeas Project (Progetto Habeas della California)

Lavorare per la libertà, giustizia e salute delle prigioniere
sopravissute alla violenza domestica

Chi siamo
Come parte del movimento per la giustizia razziale e della lotta per
resistere a tutte le forme di violenza da parte del proprio compagno
contro donne e transgender, Free Battered Women (Libertà per le Donne
Maltrattate) lavora per porre fine alla ri-vitimizzazione delle
prigioniere sopravissute alla violenza domestica. Attraverso
l'organizzazione della comunità, le campagne di difesa per la messa in
libertà sulla parola, il sistema educativo pubblico, le campagne
mediatiche e il lavoro politico. Noi lavoriamo come parte di un
movimento diffuso a livello statale in California per liberare dal
carcere le sopravvissute ai maltrattamenti del proprio compagno che
siano state incarcerate per crimini legati alle loro esperienze di aver
subito abusi.
Free Battered Women è stato il risultato dello sforzo organizzativo
messo in campo nel 1991 dalle sopravvissute alla violenza domestica. Le
sopravvissute del carcere femminile della California (California
Institution for Women) si unirono ai gruppi di supporto fuori dal
carcere per lanciare una campagna di clemenza (es. indulto o amnistia)
che rimettesse in libertà le sopravvissute che avevano ucciso i loro
partner abusatori e stessero scontando l'ergastolo.
Poiché un provvedimento di clemenza e la libertà sulla parola non
sarebbero comunque risultati efficaci per tirare fuori dal carcere le
sopravvissute condannate all'ergastolo, gli avvocati fecero richiesta
che i casi giudiziari delle sopravvissute fossero riaperti. Ciò portò
all'aggiunta nel Codice penale del comma 1473.5 che consente ad alcune
sopravvissute alla violenza domestica di ricorrere contro la propria
condanna se una perizia sulla violenza domestica non era stata
effettuata ai tempi del loro processo (la revisione del processo si
ottiene attraverso la concessione dell'habeas corpus, ovvero un
provvedimento che faccia acquisire agli atti del processo la perizia
sulla violenza domestica, per i criteri vedi più avanti). Il California
Habeas Project (Progetto Habeas della California) lavora per far
applicare questa voce del Codice e ottenere l'habeas corpus per la
riapertura dei processi e collabora con Free Battered Women, Legal
Services for Prisoners with Children (Servizi Legali per Prigioniere
Madri), il California Women's Law Center (Centro Legale per Donne della
California), il Los angeles County Public Defender's Office (Collegio
Pubblico degli Avvocati/e di difesa della contea di Los Angeles), lo
University of Southern California's Post-Conviction Justice Project
(Progetto di Giustizia Post-condanna dell'Università della California
del Sud). Parte del nostro lavoro comprende il reclutamento, la
formazione e il supporto di una rete di persone che si dedicano
volontariamente all'impegno per ottenere più giustizia e libertà per le
sopravvissute alla violenza domestica.

Perché lavoriamo con le prigioniere sopravissute alla violenza domestica?
Una gran maggioranza delle oltre 11.000 persone detenute nelle carceri
femminili della California sono sopravvissute ad abusi fisici, sessuali,
emotivi ed economici da parte di un proprio compagno prima di entrare in
carcere. Centinaia di sopravvissute agli abusi stanno scontando condanne
all'ergastolo per le loro risposte a questi abusi. Molte sopravvissute
sono arrestate dopo essersi difese e/o aver difeso figli e figlie da
partner abusatori; vengono costrette dai loro partner a commettere reati
o confessare di averli commessi; vengono ritenute responsabili delle
violenze fatte dal proprio partner ai danni di figli e figlie. Sappiamo
anche che molte sopravvissute a traumi ricorrono a droghe o alcol per
far fronte ai traumi derivanti dagli abusi e poi finiscono nelle maglie
del sistema legale per reati legati alla droga, alla prostituzione o per
reati di natura economica. Una volta condannate queste sopravvissute ad
abusi si trovano a passare da un carcere creato dal proprio partner ad
uno gestito dallo stato, dove le tattiche di controllo usate dal
personale carcerario rispecchiano l'abuso che loro hanno subito dentro
le mura domestiche.
Molte delle sopravvissute con cui lavoriamo non hanno mai avuto
l'occasione di spiegare come l'abuso da parte del proprio compagno cui
sono sopravvissute fosse rilevante nella loro vicenda giudiziaria. Se
questo elemento fosse stato reso noto all'epoca del processo è possibile
che non sarebbero state accusate dello stesso reato, non sarebbero state
condannate affatto, oppure non così duramente come risultato all'epoca
del processo. Ciò è tanto più vero per quelle condanne emesse prima del
provvedimento che consente la deposizione agli atti del processo di una
perizia sulla violenza domestica subita, ma vale anche per molte
sopravvissute condannate attualmente. Noi crediamo nel diritto delle
sopravvissute di raccontare le proprie storie e ottenere che questa
informazione sia presa in considerazione quando viene presa la decisione
se mettere in gabbia persone e separarle dalle famiglie. Dalla nostra
esperienza possiamo testimoniare dei diversi modi con cui le corti dei
tribunali inseguano miti pericolosi e misconcezioni sulla violenza
domestica nel formulare capi di accusa contro le donne sopravvissute. In
particolare le donne di colore, le persone transgender, queer, migranti
e gente povera sopravvissute a violenza domestica sono ripetutamente e
sistematicamente non credute, screditate e in questo modo ulteriormente
violate dalle persone appartenenti al sistema penale e penitenziario. Il
nostro lavoro fornisce supporto ai processi che consentano alle
sopravvissute di dire le loro storie, di essere credute e fare in modo
che le loro verità contino quando si arriva alla questione fondamentale
della loro libertà.
Inoltre a noi è chiaro come il carcere rispecchi le dinamiche dei
maltrattamenti da parte del proprio compagno e perciò consideriamo anche
il carcere una forma di violenza di stato contro la quale debba
resistere chiunque si impegni per porre fine alla violenza nelle nostre
comunità. I maltrattamenti da parte del proprio compagno (o la violenza
domestica) è un percorso di intimidazione, coercizione e controllo dei
comportamenti utilizzato allo scopo di ottenere o mantenere potere sulla
propria compagna, che possono o meno essere esercitati o rinforzati da
violenza fisica e/o sessuale e dove il senso di legittimità da parte di
uno di avere potere sopra l'altra gioca un ruolo chiave. Le
sopravvissute con cui lavoriamo parlano di molti modi in cui le tattiche
di controllo utilizzate dal personale penitenziario contro le persone in
carcere (e nelle carceri cittadine, nei centri di detenzione per
migranti, nei centri di detenzione minorile e negli altri stati in giro
per il mondo) costituiscano un parallelo con le tattiche utilizzate dai
loro partner abusatori per ottenere e mantenere il potere su di loro.
Come spiega Elle R. sopravvissuta detenuta a Valley State Prison for Women:

"In carcere ti viene detto quando dormire, quando svegliarti, quando
mangiare, cosa mangerai e quanto potrai mangiare, quando andare al
lavoro e che percorso fare a piedi per arrivarci, che vestiti si devono
indossare, quando tornare in cella. Se tutte queste attività non sono
eseguite esattamente come disposto sarai punita... In una casa dove
avvengono abusi si applicano tutte queste regole. L'unica differenza è
che la maggior parte delle punizioni qui sono gli abusi fisici, laddove
in carcere gran parte delle punizioni sono abusi di tipo verbale.
Ovviamente non sento che ci sia una differenza così profonda tra i due
tipi di abuso, uno semplicemente si cicatrizza prima dell'altro.
... Se una donna vive in una casa che è come un carcere e il carcere in
cui viene mandata è identico alla casa che lei ha appena lasciato dove
si interrompe il circolo? Tristemente ci possiamo tutti/e immaginare
immediatamente quale sia la risposta... dobbiamo fermare questo prendere
le vittime di violenza domestica da un carcere e piazzarle dentro un
altro carcere. Ricordate: il problema non si risolve semplicemente
perché noi siamo state sottratte alla vostra vista."

Nonostante il riscontro evidente delle maniere in cui il carcere
rispecchi le dinamiche dei maltrattamenti, le sopravvissute alla
violenza domestica dentro le carceri si impegnano considerevolmente in
atti di resistenza individuali e collettivi a queste forme di controllo
coercitivo somministrato dallo stato e si impegnano per raggiungere una
guarigione individuale e collettiva nonostante vivano in condizioni che
deprimano in maniera estrema le possibilità di guarigione. Tutti i
percorsi di guarigione che le sopravvissute si impegnano a intraprendere
da detenute hanno luogo in opposizione alle condizioni violente,
abusatorie e controllanti del carcere e sono veri e propri atti di
resistenza.

Come il nostro lavoro incide sul sistema (ovvero la nostra visione
dell'abolizione)
Crediamo che il lavoro di Free Battered Women e California Habeas
Project incida sul sistema carcerario e si impegni nella direzione
dell'abolizione del carcere in una varietà di modi. Ci rendiamo conto
comunque che ci sia una contraddizione intrinseca nell'utilizzare il
sistema legale come strategia per sfidare le ingiustizie perpetuate dal
sistema legale stesso. Entro questi limiti, ci impegniamo per riforme
abolizioniste, utilizzando molteplici strategie per far fronte
nell'immediato alle ingiustizie del sistema e avvicinarci a un mondo
dove il carcere risulti non più necessario. Queste strategie ci aiutano
a porre rimedio alle principali ingiustizie e raggiungere i nostri
obiettivi di promozione della libertà e la guarigione per le
sopravvissute alla violenza domestica.

Decarcerazione
Uno dei modi principali con cui il lavoro di Free Battered Women e
California Habeas Project incide sul sistema carcerario è l'impegno
verso la decarcerazione, ovvero tirare fuori le persone dal carcere .
Crediamo che assicurare il rilascio delle sopravvissute e ricongiungerle
alle loro famiglie e alle persone care sia una componente vitale per
promuovere la guarigione dagli effetti dell'incarcerazione e da altri
fonti di trauma. Inoltre tirare fuori le persone dal carcere è una parte
importante dell'azione di limitazione del controllo dello stato sulla
vita delle persone. Dal 2000 26 sopravvissute a violenza domestica che
scontavano la pena dell'ergastolo sono state rilasciate dal carcere.
Alcune di queste vittorie sono scaturite dal lavoro delle sopravvissute
in collaborazione con team legali volontari per documentare con successo
le richieste di habeas corpus, mentre altre sopravvissute sono state
rimesse in libertà sulla parola grazie al supporto dei membri delle loro
comunità di riferimento da ogni parte dello stato della California
provenisse la loro richiesta di rimessa in libertà.

Portare attenzione al contesto sociale in cui sono commessi i "crimini"
Attraverso il porre la sfida all'opinione pubblica e al sistema legale e
della libertà sulla parola di prendere in considerazione l'intero
contesto di eventi che ha condotto agli atti che sono criminalizzati
promuoviamo anche una comprensione più profonda dei modi attraverso cui
la comunità allargata condivida la responsabilità delle azioni nocive
commesse a livello individuale contro il proprio/a partner o altri
membri della comunità (sia che l'individualità che ha commesso tali atti
sia un partner abusatore o una sopravvissuta a maltrattamenti).
Attraverso ciò intendiamo sostenere che è importante evidenziare i modi
in cui le istituzioni espressamente create per intervenire a livello
comunitario, concepite per proteggere e sostenere la comunità, come il
sistema legale, il sistema di assistenza sanitaria, quello per il
sostegno all'infanzia e persino le organizzazioni non-profit
contribuiscano a creare le condizioni che portano agli atti di violenza
individuale e altre nocività.
Per esempio molte sopravvissute alla violenza domestica con cui
lavoriamo riferiscono continuamente delle molteplici strategie che hanno
utilizzato per provare a proteggere se stesse e i loro figli e figlie
dalla violenza e controllo coercitivo del partner abusatore e tuttavia
di come a causa di varie barriere istituzionali all'aiuto, i risultati
di queste loro azioni abbiano fallito nello scopo di garantire la loro
sicurezza. I media e altre istituzioni comunitarie promuovono strategie
di sicurezza come il ricovero in rifugi protetti o a casa dei familiari,
chiamare la polizia, ottenere provvedimenti amministrativi di
protezione, cercare assistenza medica e/o chiamare linee telefoniche di
emergenza come soluzioni per la sicurezza, senza rendersi conto le
maniere tramite cui queste stesse strategie possano nella realtà dei
fatti aumentare il rischio delle sopravvissute di essere danneggiate dal
loro partner abusatore e/o come tali strategie possano essere esse
stesse nocive nei confronti delle sopravvissute.
Due esempi di come le istituzioni falliscano nel proteggere le
sopravvissute a maltrattamenti sono il modo in cui le immigrate senza
documenti possano non essere in grado di accedere all'assistenza dai
tribunali amministrativi per ottenere un provvedimento di protezione per
via delle barriere linguistiche. O, specialmente nel contesto dei
crescenti raid anti-migranti, le sopravvissute immigrate senza documenti
possano avere una paura realisticamente fondata che ogni aiuto da parte
del sistema possa condurre alla loro deportazione o a quella del loro
partner abusatore. Similmente le donne di colore, le sopravvissute
transgender e/o queer possano non vedere la polizia come una fonte di
sicurezza o protezione per via dei modi con cui la polizia sorveglia,
arresta e commette violenza contro le loro persone care e altri membri
della comunità. Le sopravvissute che siano donne di colore, immigrate,
transgender, queer, povere, che abbiano difficoltà fisiche o
psicologiche, che vivano in aree rurali e/o in altro modo sperimentino
forme di oppressione sono sistematicamente non credute, stigmatizzate
per l'abuso del loro partner, sottoposte ad abusi verbali, viene loro
negato l'accesso a diverse risorse e sempre troppo spesso sono soggette
a violenza fisica e sessuale quando vanno in cerca di protezione dagli
abusi.
Ponendo segnatamente l'attenzione sulle responsabilità dei reati
condivise a livello di comunità, sottolineiamo il ruolo delle
istituzioni comunitarie nel fallimento di fornire quelle condizioni
sociali necessarie che consentano l'autodeterminazione delle comunità e
il loro affrancarsi da processi di criminalizzazione. In quest'ottica le
pratiche istituzionali e le politiche pubbliche che sistematicamente
negano alla gente di colore, alle persone povere, a migranti, a gente
che è stata in carcere e ad altre persone l'accesso a educazione di
qualità, assistenza sanitaria, servizi di salute mentale, programmi
significativi per gli abusi, metodi per guarire dagli effetti dei
traumi, lavori con stipendi in grado di far vivere e altre reti
necessarie di supporto economico, politico e artistico sono viste come
connesse al processo di criminalizzazione.

Mettere in discussione la nostra fiducia nel carcere come soluzione alla
violenza.
Un altro modo attraverso cui tentiamo di incidere sul sistema è
sostenendo il crescente movimento critico, condotto per decenni da donne
di colore e immigrate, dell'eccessivo ricorso negli USA al sistema
penale e penitenziario nell'affrontare la violenza domestica. Nel
periodo che va da dieci a quindici anni fa una cifra crescente di
dollari federali e statali sono stati spesi per le riforme di
rafforzamento della legge e le politiche repressive per arrestare e
perseguitare un numero superiore di persone che commettono abusi. Tra le
conseguenze non preventivate di queste politiche vi è il numero
crescente di sopravvissute alle violenze domestiche arrestate in tutto
lo stato della California per utilizzo della forza nel resistere alla
violenza del loro partner, così come per altri crimini.
Nel frattempo dobbiamo anche capire che l'incarcerazione non è una
risposta efficace anche per coloro che hanno usato violenza con lo scopo
di ottenere o mantenere un controllo coercitivo su altre persone. Quando
mettiamo in gabbia coloro che abusano come conseguenza del "ritenerli
responsabili" del loro comportamento abusatore e li mettiamo in un
ambiente dove la violenza, la minaccia di violenze e altri abusi di
potere e forme di coercizione sono utilizzate per controllare il loro
comportamento, allora siamo noi stessi/e che replichiamo e rinforziamo
quei comportamenti che diciamo di voler fermare. Riconosciamo che molte
persone che sono incarcerate per aver agito in maniera abusatoria e
coercitivamente controllante siano esse stesse sopravvissute a gravi
traumi. Free Battered Women e California Habeas Project credono nel
bisogno di trovare modi alternativi di contrastare questi comportamenti
abusatori e dare supporto alle persone di sviluppare modi alternativi di
costruire relazioni salutari.

Visioni alternative e investimento in comunità salutari
Richiamandosi alla decarcerazione, sottolineando l'importanza del
contesto politico e di ciò che è a carico della comunità per quel che
riguarda il verificarsi dei crimini e lavorando nella direzione di
risposte alternative alla violenza Free Battered Women e California
Habeas Project ambiscono anche ad apportare modifiche significative
all'idea di protezione da parte dello stato. Noi ci richiamiamo al
reinvestire nei bisogni delle comunità che sappiamo tengono la gente
fuori dal circuito del carcere. Anziché carcere vogliamo forme di
supporto che realmente creino comunità salutari e sicure (come l'accesso
a educazione di qualità per tutti/e, assistenza sanitaria, programmi di
trattamento per alcol e droghe, misure per un diritto all'abitare sicuro
e accessibile, servizi sociali, sistemi di trasporto accessibili).
Crediamo che investire in queste istituzioni sia ciò che realmente
innalzi la sicurezza pubblica e dia inizio alla messa in discussione
delle ineguaglianze sociali alimentate da razzismo istituzionale,
classismo, sessismo e altre forme di oppressione; non rinchiudere le
persone in gabbia lontano dalle loro comunità.

Capacità d'intervento
Nonostante il gran numero di individualità e organizzazioni coinvolte
nell'Habeas Project esso è un grande sforzo su basi volontarie con una
capacità molto limitata. Sfortunatamente l'Habeas Project non è in grado
di offrire assistenza legale a prigioniere che tentino di documentare le
richieste di habeas corpus senza rispettare i criteri contenuti nel
comma 1473.5 del Codice penale, né siamo in grado come Habeas Project di
mettere in contatto le prigioniere con altri avvocati per una possibile
difesa.
Per maggiori informazioni sul California Habeas Project scrivete a
California Habeas Project, c/o Legal Services for Prisoners with
Children, 1540 Market Street, suite 490, San Francisco, CA 94102 (con il
favore di prender nota che è molto ridotta la capacità dell'Habeas
Project di rispondere a lettere da gente in carcere che non risponda ai
requisiti contenuti nel comma 1473.5 del Codice penale).
Analogamente Free Battered Women è primariamente una organizzazione su
basi volontarie con una capacità limitata di rispondere alle lettere da
gente in carcere. Se scrivete a Free Battered Women gentilmente sappiate
che le vostre lettere saranno lette e ciò è importante per le persone
che compongono Free Battered Women, ma che forse può passare del tempo
prima che riceviate risposta (ciò perché le sopravvissute a violenza
domestica nelle carceri californiane hanno detto di volere che Free
Battered Women si concentri su richieste di messa in libertà sulla
parola, educazione pubblica, campagne mediatiche, lavoro politico e
costruzione del movimento piuttosto che rispondere alle lettere delle
prigioniere).

Per maggiori informazioni su Free Battered Women contattate:
Free Battered Women
1540 Market Street, suite 490,
San Francisco, CA 94102
Tel 415.255.7036 ext. 320
Fax 415.552.3150
www.freebatteredwomen.org

Dati ISTAT sulle violenze

— Inviato da flat @ 21:04


Troppo silenzio sulle violenze domestiche


Uno sguardo d’insieme
Il fenomeno della violenza e dei maltrattamenti contro le donne
ha nel nostro Paese grande rilevanza: sono stimate in quasi 7
milioni le donne italiane tra i 16 e i 70 anni che hanno subito
nel corso della vita, dentro o fuori della famiglia, una forma di
violenza, fisica o sessuale; 1 milione 400 mila donne hanno
subito forme di violenza sessuale prima dei 16 anni; oltre 7
milioni di donne hanno subito o subiscono violenza psicologica.
Spesso, inoltre, coloro che subiscono forme di violenza
psicologica sono anche vittime di violenze fisiche o sessuali.
Definizioni utilizzate
La percentuale di donne da 16 a 70 anni che hanno subito
violenza fisica o sessuale nel corso della vita per autore e la
percentuale delle donne da 16 a 70 anni che hanno subito
violenza sessuale prima dei 16 anni, entrambe calcolate rispetto
alla popolazione femminile della stessa classe di età, per
regione di residenza, sono stati scelti quali indicatori per descrivere
la distribuzione territoriale rispettivamente del fenomeno
della violenza contro le donne nel suo complesso, e per
la più specifica analisi degli abusi sessuali subiti dalle bambine
e dalle giovani donne.
L’Italia e le sue regioni
Nel nostro Paese le quote più elevate di donne che hanno
subito violenza fisica o sessuale da un uomo qualsiasi si rilevano
nelle regioni del Nord, in alcune del Centro e, in particolare,
nei centri metropolitani (42%): in Emilia-Romagna e nel
Lazio le vittime sono oltre il 38% della popolazione femminile,
in Liguria il 35,4% (a fronte di un valore medio nazionale pari a
31,9%). Sono 3 milioni 961 mila le donne in Italia che hanno
subito violenze fisiche (18,8%), mentre 5 milioni sono state
vittime di violenze sessuali (23,7%) e, tra queste, circa 1 milione
ha subito stupri o tentati stupri (4,8% della popolazione
femminile nella classe considerata). I partner (o ex) risultano
responsabili della quota più elevata di tutte le forme di violenza
fisica, e anche di alcune forme di violenza sessuale (in particolare
gli stupri e i rapporti sessuali non desiderati ma subiti per
timore di conseguenze). Solo il 18,2% delle donne che hanno
subito violenze fisiche o sessuali in famiglia le considera reati;
le denuncia come tali appena il 7,2% di coloro che le subiscono.
A sottolineare i problemi connessi alla percezione delle
violenze da parte delle donne e alla limitata ricerca di tutela
giuridica rispetto agli abusi subiti, dall’analisi della distribuzione
territoriale del fenomeno della denuncia delle violenze domestiche
emerge che le quote di donne che sporgono denuncia
sono inferiori alla media nazionale, non solo in tutte le regioni
del Sud (ad eccezione della Puglia), ma anche in alcune regioni
del Nord (Piemonte 5,8% e Emilia-Romagna 5,1%).
La valutazione della forma di violenza varia se ci si riferisce
solo a “stupri o tentativi di stupro”: la percentuale delle donne
che si considerano vittime di un reato sale in questo caso al
26,5%, ma le denunce restano limitate al 4,1% dei casi di violenza.
Il 6,6% del totale della popolazione femminile da 16 a 70 anni
ha subito forme di violenza sessuale prima dei 16 anni. In un
caso su quattro la violenza è perpetrata da un conoscente;
sempre una donna su quattro indica invece in un parente
l’autore dell’abuso e, nei casi di violenza segnalati come molto
gravi, nella maggioranza dei casi risultano proprio le persone
più vicine i responsabili dei reati. Oltre la metà delle vittime
dichiara di non avere parlato con nessuno dell’accaduto. I dati
relativi a tale forma di violenza presentano dei picchi distribuiti
a macchia di leopardo sul territorio nazionale: le regioni dove si
rilevano le quote più elevate sono, al Nord, l’Emilia-Romagna
(11,5%) e il Trentino Alto-Adige (in particolare la provincia di
Bolzano, con un quoziente pari al 10,1%); al Centro, il Lazio e
la Toscana (entrambe con quote superiori all’8%); al Sud, ove
nella generalità delle regioni le quote risultano inferiori al valore
nazionale, la Sardegna (7% della popolazione femminile). Tali
valori – da analizzare con cautela in quanto possono nascondere
diversità nella disponibilità da parte delle donne a parlare
dell’argomento – sottolineano comunque la rilevanza e la gravità
del fenomeno.






Fonti
Istat – Indagine Multiscopo, Sicurezza delle donne, Anno 2006
Altre informazioni
Pubblicazioni
La violenza e i maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia
Siti Internet
http://www.istat.it




DENUNCIAMO L’OFFENSIVA SESSISTA da Quelle che non ci stanno

— Inviato da flat @ 21:10
“Quelle che non ci stanno” nasce nel settembre 2006 in seguito al tentato stupro subito da una di noi.
Nasce dall’esigenza di alcune donne e lesbiche di nominare lo stupro per quello che è e contrastare le definizioni false e manipolate che ne vengono date.
Nasce dall’esigenza di diventare protagoniste attive e non più spettatrici passive contro la violenza che quotidianamente i nostri corpi subiscono.
Abbiamo scelto la pratica della denuncia pubblica e separatista attraverso la nostra presenza nelle piazze e nei luoghi in cui le donne sono state stuprate.
La nostra solidarietà si traduce in forza, la forza di reagire, denunciare e invertire la logica strumentale del patriarcato che ci vuole solo vittime.
Solo tra donne pensiamo sia possibile esprimere la volontà e l’energia che ci permettono di uscire dai ruoli e dai legami sociali tradizionali dove si annida la violenza che subiamo quotidianamente.
Ci hanno insegnato ad essere accondiscendenti e a interiorizzare come naturale un comportamento docile e disponibile. Ci hanno insegnato ad anteporre sempre e comunque gli altri a noi stesse, ad annegare nella tolleranza, ad avvelenarci nel perdono.

Non inghiottiamo qualsiasi umiliazione. Non inibiamo l’odio.
    REAGIAMO
Non abbiamo paura di essere etichettate pazze o isteriche quando reagiamo.
Più diventiamo consapevoli che lo stupro è parte integrante del nostro sistema sociale, più cresce il desiderio di ricercare e creare spazi di socialità appaganti. Non  siamo spinte dall’allarmismo emergenziale che sbatte lo stupro nelle pagine dei giornali quando non ha una notizia da copertina e per questo la nostra lotta non si fermerà quando qualcuno ci infermerà dalle testate degli stessi giornali che l’emergenza è rientrata o quando il silenzio tornerà a coprire la guerra contro le donne nelle case..
Siamo ben coscienti che stampa ed istituzioni si destano da un sonno secolare solo quando non hanno scelta.
Si ricordano dei corpi delle donne solo per strumentalizzarli a scopo economico o per legiferare, utilizzando termini come “tutela del soggetto debole”, con lo scopo di stringere ancora di più la morsa del controllo sociale.
Non ci sentiamo soggetto debole e non ci sentiamo oggetto da vendere o da acquistare.
I nostri corpi da sempre sezionati e studiati oggi si dimenano e occupano spazi.
Ci propongono lo stupro come se fosse una cosa che è nella natura stessa del rapporto uomo-donna, ma noi non abbiamo nessuna intenzione di interiorizzarlo come normalità.
Pensiamo di vivere a livello planetario una guerra tra i sessi, eclatante, evidente, ma non dichiarata, che miete milioni di vittime.
Vediamo che la violenza contro le donne e le lesbiche produce terrore, paura e morte e quindi la chiamiamo con il suo nome: terrorismo.
Donne uccise perché donne.
Questa strage quotidiana, occultata dal potere patriarcale attraverso i suoi strumenti (vaticano, stato, stampa, etc), noi la definiamo Femminicidio.
Femminicidio è un termine politico che ci appartiene e rende giustizia a ogni donna e lesbica, che dopo essere stata stuprata e uccisa, è stata relegata nel dimenticatoio del delitto passionale, o ancora peggio, nella sfera del privato.
Sappiamo bene che la prima causa di morte per le donne nel mondo è l’omicidio commesso da un uomo.
Omicidio di donne che raramente avviene nelle strade ad opera di sconosciuti. Gli autori sono quasi sempre conoscenti, amici, mariti, ex fidanzati, fratelli, suoceri che hanno in comune l’appartenenza a un genere, quello maschile, e il movente, impedire l’autodeterminazione della donna.
Lo stupratore raramente è un deviante. Quasi sempre è un uomo qualunque che fa quello che gli è stato insegnato, ed agisce il suo privilegio di maschio virile con il consenso, anche se nascosto, dei suoi amici.
Lo stupratore è il braccio armato di una società che ha fatto della paura del diverso la sua forza.
Lo stupro è un atto che riproduce la supremazia dell’individuo sull’individuo e della società sulle donne. E’ l’accentuazione distruttiva di una violenza più generale e quotidiana.
Chi violenta e uccide è sempre maschio, garantito e protetto dall’appartenenza al genere maschile.
Uccidere una donna e una lesbica oggi in qualsiasi parte del mondo è possibile grazie alla copertura continua fornita da chi riconosce in questo metodo lo strumento più efficace per zittire, annientare e rendere invisibile ogni forma di reazione che le donne attuano.
Infatti, la violenza più profonda, la più radicata è quella antecedente e successiva al singolo episodio di stupro. L’aspetto peggiore è la mancanza di solidarietà e l’esplicita ostilità che la società dimostra alla vittima e alla donna “emancipata”.
Lo stato e la chiesa in primis sono responsabili di leggi e anatemi che ufficializzano la supremazia del maschio sulla donna, basano sulla subordinazione della donna il successo del sistema economico e del controllo sociale al punto di vista economico e sociale, e fondano sul possesso dei corpi delle donne i privilegi maschili.
La chiesa distribuisce benedizioni su tutta la normativa e le forme di interdizione attuate contro le donne e le lesbiche.
       Riteniamo importante ritornare ad attraversare e a riprenderci gli spazi che ci vorrebbero interdire con la violenza, e ricordare a chi agisce violenza che donne e lesbiche non dimenticano.
        Per questi motivi abbiamo manifestato pubblicamente:
•    Al parco nord di Bologna alla festa dell’Unità, il 10 settembre2006, luogo all’uscita del quale è stata aggredita Mara.
•    Al quartiere Cirenaica di Bologna, il 1 ottobre 2006, quartiere nel quale è stata violentata e picchiata una ragazza.
•    In zona universitaria nei giorni successivi all’aggressione, zona di frequentazione dei due studenti che hanno aggredito la ragazza in Cirenaica.
•    Nel centro di Bologna sotto le due torri luogo di visibilità e di passaggio di tante aggredite e di tanti aggressori.
•    Ai giardini margherita, il 29 ottobre 06, parco nel quale è stata massacrata di botte una ragazza solo per non aver assecondato gli uomini che la importunavano.
•    A Crevalcore, il 2 dicembre 2006 luogo di residenza di Luigi Maraia, aggressore di Mara
•    Il 27 gennaio 07, in piazza dell’Unità, in seguito all’aggressione avvenuta i primi di gennaio tra via Stalingrado e il Centro Commerciale Minganti, e per ricordare lo stupro in via Tibaldi di due anni fa.
•    L’ 8 marzo 2007, in piazza Nettuno con una mostra, “Le armi di una donna > o …ogni tanto un diversivo”, che vuole dare voce alla capacità di reazione delle donne, la cui idea abbiamo preso in prestito dalle compagne di Kassel.
•    20 Aprile 2007, presidio alla Cirenaica, per opporci al concerto di Cagliari indetto per raccogliere fondi per gli stupratori di via Libia.
•    Il 18 Settembre, davanti al Tribunale di Bologna, per portare solidarietà alla donna che ha denunciato e per riprendere la pratica di essere presenti ovunque una donna si ribelli alla violenza.
•    Ottobre 2007 presidio all’Ex-Mercato di via Fioravanti per denunciare la presenza degli amici degli stupratori della Cirenaica in un luogo di movimento e contro il sessismo negli spazi sociali.
•    Domenica 10 Febbraio 2008 presidio davanti alla Chiesa dell’Antoniano –quella dello Zecchino d’Oro- contro il convegno promosso dal Movimento per la Vita e da Federvita “Cose da Bios”, in difesa della autodeterminazione di donne e lesbiche
•    Il 16 febbraio davanti all’ospedale S.Orsola, presidio, che si trasforma in corteo spontaneo, contro l’incursione della polizia in un ospedale napoletano per accertare la legalità di un aborto terapeutico.
Crediamo, a partire dall’analisi del reale, che oggi l’autodifesa sia un’opzione irrinunciabile per ogni donna e lesbica che abbia l’ambizione di tenere lontana da sé la violenza. Siamo convinte che il corpo possa trasformarsi da luogo dell’attacco a luogo della difesa, così come siamo persuase che solo la solidarietà fra donne e lesbiche e l’attenzione che prestiamo a noi stesse ed alle altre possa garantirci e tutelarci.
Riconosciamo enormi responsabilità alle istituzioni locali e nazionali che intervengono raramente con sostegni concreti a chi subisce violenza, che sono incapaci di mantenere i finanziamenti alle associazioni di donne che agiscono da tempo sul territorio e che ostacolano da sempre ogni iniziativa autorganizzata delle donne e delle lesbiche, sottraendo loro spazi separatisti di socialità e di confronto.

Nonostante la guerra che ci fanno…
continuiamo ad esistere
Quelle che non ci stanno
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